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Risparmio al test «mini-patrimoniale»

L’aumento dallo 0,15% al 0,2% dell’imposta di bollo sugli strumenti finanziari, contenuta nel Ddl stabilità, ha doppiato la boa del Senato. Se nel passaggio alla Camera non ci saranno novità, dal 1° gennaio 2014 entrerà in vigore il rincaro della “mini-patrimoniale”, introdotta dal decreto salva-Italia allo 0,1% per il 2012 e passata allo 0,15% dal 2013. L’incremento del bollo naturalmente colpisce anche i conti deposito, il “parcheggio sicuro” tutelato dal rischio insolvenza della banca fino a 100mila euro (per depositante) che raccoglie sempre più consensi tra i risparmiatori. Se nel 2010 questa tipologia di conto “valeva” appena il 5% della raccolta bancaria nazionale, nel 2011 è salita al 7% per toccare il 12% nel 2012, con un incremento del 140% in un biennio, come riportano le statistiche di Banca d’Italia elaborate da AlixPartners. Ma ora il boom dei conti deposito, minacciato dalla contrazione dei rendimenti, rischia di essere ridimensionato anche dal nuovo rincaro.
Una manciata di istituti di credito ancora si accolla il pagamento dell’imposta. Tra questi Banca Ifis (Rendimax e Contomax), Ibl Banca (Conto su Ibl), Banco Popolare (YouBanking), Mediocredito del Friuli (Conto Forte) e Banca Sistema. Ma cosa accadrà con la nuova stangatina? Ci sarà una retromarcia come nel 2012, quando la maggior parte degli istituti (che fino all’anno precedente era ben lieta di versare appena 1,81 euro l’anno per i propri clienti) fece dietrofront comunicando ai risparmiatori che d’ora in poi sarebbero stati loro a dover pagare?
Tutto è possibile. E le banche, alla luce del nuovo rincaro, hanno il diritto a cambiare le carte in tavola. Devono però comunicare al cliente la proposta unilaterale di modifica. A quel punto il risparmiatore, entro 60 giorni, può recedere dal contratto senza penalità e senza spese di chiusura ottenendo, in sede di liquidazione del rapporto, l’applicazione delle condizioni precedentemente praticate.
Alcuni istituti di credito però resistono e confermano il “bonus bolli”. «Se l’imposta aumenta a quota 0,2% continueremo ad accollarcela senza problemi – annuncia Giovanni Bossi, amministratore di Banca Ifis – ma se nei prossimi anni dovesse diventare una vera patrimoniale, allora ci riserviamo di tornare sull’argomento ». La preoccupazioni, però, non mancano. «In generale, picchiare sulle banche, che sono in condizioni di equilibrio economico, finanziario e patrimoniale abbastanza delicato, mi sembra una mossa inopportuna – sottolinea Bossi – . Mi auguro che il risparmio, ma anche la capacità del sistema creditizio di fornire prestiti a famiglie e imprese, venga tutelato».
Negli ultimi due anni la stretta sul mondo del risparmio è stata impressionante. Come ha rivelato un’analisi del Sole (si veda il quotidiano del 27 ottobre), il conto complessivo delle imposte su risparmi e investimenti nei primi otto mesi dell’anno ha toccato quota 13 miliardi: un prelievo quasi raddoppiato rispetto a fine 2011. All’inizio c’è stato l’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie (dal 12,5% al 20%) varato nell’estate 2011 dal Governo Berlusconi ed entrato in vigore dal 2012, che ha colpito tra l’altro capital gain, fondi comuni di investimento e obbligazioni non governative. Poi il decreto salva-Italia del Governo Monti, a fine 2011, ha introdotto il bollo sulle comunicazioni finanziarie. Quindi è arrivata la Tobin Tax italiana, in vigore dal 1° marzo 2013 sull’azionario, che ha fatto perdere a Piazza Affari il 7% del numero di transazioni giornaliere su azioni, in cambio di un gettito destinato a essere un quinto di quello previsto inizialmente. Fino ad arrivare all’attuale Ddl stabilità, con l’aumento del bollo (da confermare alla Camera) e lo spettro di un aumento della tassazione sulle rendite dal 20 al 22%, comparsa e poi accantonata. L’escalation non ha risparmiato le polizze Vita caso morte, le polizze invalidità permanente e le long term care, la cui detraibilità rischia di essere almeno dimezzata.
E’ rimasta illesa solo la tassazione dei titoli di Stato, inchiodata al 12,5% proprio per conservare l’appetibilità di BoT, CCt e BTp. Il che spiega, tra l’altro, il grande successo delle emissioni di BTp Italia.

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