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I risparmiatori? Poco audaci

Niente rischi, siamo italiani. La propensione alla sicurezza degli investimenti sembra dominare le scelte di portafoglio dei risparmiatori della Penisola. Stando almeno ai risultati dell’indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani realizzata dal Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo sulla base di interviste condotte su 1.024 famiglie. Ebbene, nei mesi scorsi, complici anche le turbolenze dei mercati e i ricordi di una crisi non troppo lontana, il popolo dei risparmiatori dello Stivale ha mostrato una certa prudenza nell’allocazione dei propri capitali. E questo, nonostante i dati congiunturali mostrino una situazione in netto miglioramento. Il numero delle famiglie in grado di risparmiare è passato dal 40 al 43,3% del totale, mentre la quota di chi ritiene sufficiente il proprio reddito è cresciuta in un anno di quasi 15 punti percentuali, dal 47,2 al 60,8%.

«Gli italiani continuano a risparmiare per far fronte alle incertezze», si legge nel documento. In particolare per gli imprevisti, ma anche per l’acquisto della casa, la vecchiaia o i figli. Risultato, meglio non esagerare con pericolose acrobazie finanziarie ma concentrarsi su investimenti a basso rischio e rendimento contenuto. «La ricerca di sicurezza dovrebbe essere perseguita, innanzitutto, attraverso una appropriata diversificazione del portafoglio di investimenti, soprattutto in un contesto in cui i rendimenti senza rischio sono diventati nulli», hanno avvertito gli esperti di Intesa Sanpaolo e del Centro Einaudi. E invece, oltre la metà dei risparmiatori (52,1%) rientrati nell’indagine ha dichiarato di non aver messo in atto quasi per niente una diversificazione di portafoglio, con oltre due terzi dei risparmi impiegati nella stessa forma di investimento. «Solo il 5,1% ha dichiarato un alto grado di diversificazione senza dedicare più di un decimo dei propri risparmi ad alcuna forma di investimento». A detta degli esperti, questa tendenza a concentrare i capitali verso un’unica tipologia di strumenti sarebbe dovuta alla mancanza di una base sufficiente da investire in modi alternativi. «I risparmiatori che guadagnano fino a 1.600 euro al mese diversificano molto meno della media (il 64,4% investe in un’unica tipologia di strumenti, contro il 36,2% rilevato tra coloro che guadagnano oltre 2.500 euro al mese)», si legge nel documento. Questa teoria, sicuramente azzeccata, non sembra tuttavia sufficiente a spiegare interamente il fenomeno. L’analisi del livello di diversificazione degli investimenti per fasce di reddito, ha infatti mostrato che soltanto il 5,9% dei risparmiatori situati nella parte più alta della piramide degli stipendi presenta un elevato grado di diversificazione. «Un fenomeno inaspettato si osserva considerando il grado di avversione al rischio», hanno continuato gli esperti. «Tra i meno temerari, infatti, coloro che non diversificano sono un numero nettamente superiore (72,6%) rispetto a quanto rilevato tra i più propensi al rischio (16,4 %)». La ragione di questo è forse racchiusa nella tendenza a indirizzarsi verso i soli investimenti ritenuti più sicuri, come i titoli di Stato, senza tener conto del rischio implicito nel detenere un’unica tipologia di strumenti finanziari.

Il risultato di questa propensione marcata degli investitori italiani a ridurre l’incertezza sui propri capitali ha prodotto tre effetti: come prima cosa, ha fatto crescere la liquidità investita dalle famiglie negli strumenti di deposito, che nel sistema italiano sono aumentati di 40,6 miliardi nel 2016. A questo si aggiunga la riduzione dell’investimento in obbligazioni arrivato a rendimenti molto bassi o addirittura negativi per le scadenze inferiori ai 5 anni (il patrimonio medio investito in obbligazioni è sceso dal 27 al 25% del totale); infine, gli italiani hanno deciso di rivolgersi con sempre maggiore convinzione verso il risparmio gestito nella consapevolezza che, così facendo, avrebbero diversificato i rischi più di quanto sarebbero stato in grado di fare da soli. La raccolta netta di gestioni e fondi, infatti, secondo Assogestioni è arrivata a toccare i 57 miliardi di euro nei primi sei mesi del 2017, mentre le masse in gestione hanno superato per la prima volta la cifra di 2 mila miliardi di euro. «Sarà per le quotazioni a lungo sacrificate, o perché le famiglie hanno annusato aria di ripresa, ma anche la Borsa ha avuto un inizio di risveglio nei dodici mesi passati», hanno aggiunto gli esperti di Intesa Sanpaolo e del Centro Einaudi. «È terminato il disinteresse per i titoli azionari che aveva ridotto al minimo l’operatività degli intervistati e l’aveva concentrata soltanto tra coloro che si dichiaravano esperti». Nel 2017, gli investimenti in azioni sono tornati interessanti per il 5,5% del campione (4,4% nel 2016). Mentre la maggioranza degli investitori ha dichiarato di investire in Borsa puntando all’apprezzamento di medio e lungo periodo dei titoli azionari.

Tancredi Cerne

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