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Risparmiare non basta «Bisogna diventare investitori»

 

Nel momento della grande crisi delle banche italiane, che vedono evaporare un modello di business che ha come elementi essenziali il presidio territoriale e un esercito di dipendenti, Alessandro Foti avrebbe diversi motivi per rallegrarsi. La Fineco che ha plasmato continua a crescere, ha invidiabili parametri di solidità, poche agenzie (344), molta tecnologia e 2.634 bankers in tutta Italia. «Il nostro – si lascia sfuggire – è il modello della banca del futuro». I conti sono lì a confermarlo. Dopo aver superato il milione di clienti, nel primo trimestre 2016 Fineco ha evidenziato un utile netto a 51,2 milioni di euro (in crescita del 7,2% anno su anno) e ricavi totali a 140,1 milioni (+2,5%). Eppure le preoccupazioni non mancano.

Foti, dalle Bcc alle popolari, alle banche sistemiche il risparmio degli italiani sembra sempre meno al sicuro.

«Stiamo vivendo un’epoca di grandi cambiamenti che in Italia porta a galla contraddizioni a lungo ignorate, come l’eccessiva dipendenza dal sistema bancario. Il sistema industriale italiano si basa su una fortissima leva finanziaria. La media europea è al 45 per cento, l’Italia al 65 per cento. Ed è questo il motivo per cui, durante la crisi, il sistema bancario ha registrato una crescita delle sofferenze che altrove non s’è vista. Aziende più vulnerabili sono più esposte alla crisi, alimentando un circolo vizioso che si autoalimenta».

Il fallimento delle quattro banche a novembre e il disastroso percorso delle due ex popolari venete, Vicenza e Veneto, hanno bruciato risparmi e fiducia. Come uscirne?

«È necessario un salto di qualità nelle competenze del singolo risparmiatore. Esiste un problema culturale del risparmiatore a cui tutti noi operatori del risparmio dobbiamo dare risposta. Dobbiamo far sì che cresca la consapevolezza del valore del proprio risparmio. Ma anche dei rischi a cui il risparmio è esposto».

Una recente indagine a livello mondiale effettuata dalla George Washington University, con Gullup, Banca Mondiale e McGraw Hill financial ha evidenziato che il livello di alfabetizzazione finanziaria degli italiani è a livello degli abitanti del Madagascar, del Togo e del Kenya. Concorda?

«Il risparmiatore italiano sottovaluta alcuni rischi che possono avere ripercussioni gravissime. Il primo e più importante è la diversificazione del portafoglio. Diversificare l’investimento è il primo e fondamentale passo per evitare rischi che possono avere conseguenze drammatiche. Le cronache lo hanno confermato».

Oltre alla diversificazione, dove manca il risparmiatore italiano?

«Un altro aspetto – peraltro legato al concetto di diversificazione – è che investe solo in attivi del proprio Paese. Mentre ci sono un mondo di opportunità».

Ma la paura generata dai recenti rovesci induce a strategie di pura conservazione. Molti stanno pensando di ritornare a mettere i soldi dentro al materasso…

«Qualcuno lo fa, visto che ci sono imprenditori illuminati che tengono 100 milioni in conto corrente. E purtroppo sbagliano anche loro. Soprattutto, i tempi sono maturi per una gestione moderna del risparmio, non più rinviabile».

Negli ultimi decenni l’italiano ha costruito il proprio futuro basandosi sulla certezza di una pensione pubblica e sul mattone. È un progetto sostenibile anche per il futuro?

«Il principio basilare deve essere la diversificazione degli investimenti. Il mercato immobiliare in Italia è ancora molto appesantito. Il welfare pubblico sta ripensando la propria azione. È necessario che ognuno si responsabilizzi e cerchi di costruire il proprio terzo pilastro. Ma a oggi più di metà del risparmio degli italiani giace depositato nei conti correnti. È difficile che questo possa garantire una rendita nel lungo periodo…».

È pessimista sull’Italia?

«No. Ma è molto importante che il Paese prenda coscienza di una serie di problemi strutturali».

Il segreto di Fineco?

«Un modello di business che offre piattaforme digitali al top con l’interazione fisica con i broker . Il tutto unito a un approccio quasi maniacale al rapporto qualità/prezzo».

Tutto questo non vi mette al riparo da una possibile vendita. Siete, con Pekao in Polonia e Yapi Kredit in Turchia, tra i candidati che – attraverso la loro vendita – potrebbero risolvere alcuni problemi della capogruppo Unicredit, evitando un aumento di capitale. Cosa ne pensa?

«Non abbiamo alcuna visibilità su questa situazione. Attendiamo la definizione dei nuovi assetti che porteranno alla determinazione di un piano strategico che definirà le linee guida del gruppo. Dobbiamo aspettare per capire. L’azionista ha il pieno diritto di decidere il da farsi. Noi continuiamo a lavorare con impegno: siamo degli operai della finanza, totalmente focalizzati nell’offrire il miglior servizio possibile alla nostra clientela»

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