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Risparmi, anche la banca si affida al consulente robot

Anche Bnp Paribas fa il suo ingresso nella nicchia del roboadvisory, la consulenza automatizzata di cui la moltitudine dei risparmiatori (anche italiani) sentirà presto parlare, come strumento per abbattere i costi e innalzare il livello dei servizi di gestione del denaro.
Ieri la banca francese, tra le maggiori e più attrezzate in Europa, ha acquistato la maggioranza di Gambit financial solutions, per «sviluppare servizi di consulenza digitale all’avanguardia e supportare e migliorare la digitalizzazione dei suoi distributori». Si tratta di una azienda fintech belga creata nel 2007 da una costola dell’università di Liegi (Hec) per opera di locali accademici, che ha sviluppato soluzioni di consulenza per investire e digitalizzare la relazione tra clienti e istituzioni finanziarie, poi adottate da banche e fondi in Belgio, Lussemburgo, Francia e Svizzera. Di recente Gambit ha lanciato Birdee, sistema proprietario robo-advisor per il mercato al dettaglio. «La partnership con un creatore di soluzioni di roboadvisory tra i più all’avanguardia è una pietra miliare nella nostra trasformazione digitale e sottolinea il nostro impegno per fornire soluzioni d’investimento di qualità ai nostri clienti – ha detto Frèdèric Janbon, ad di Bnp Paribas asset management -. La combinazione delle competenze di Gambit e della nostra esperienza nel risparmio gestito ci permetterà di muoverci rapidamente lungo la curva di esperienza digitale nel settore». Gambit, che manterrà l’indipendenza e il management, diventerà partner preferenziale per le soluzioni di consulenza automatizzata nelle gestioni dei francesi.
Bnp Paribas arriva dopo altri grandi gruppi come Blackrock, Allianz e Schroders, che negli ultimi anni hanno voluto posizionarsi nella nicchia, e applicarne le soluzioni all’arena miliardaria del risparmio gestito, al fine di ridurre i costi e migliorare i servizi. Il roboadvisory, in sostanza, crea automaticamente portafogli personalizzati basati sul profilo del cliente in termini di rischio, rendimento, conoscenza finanziaria, esigenze, obiettivi. Oggi sono una settantina gli operatori in Europa, una manciata italiani come Moneyfarm – secondo continentale per masse gestite, con 20mila clienti – AdviseOnly, Euclidea, Deus Technology. Tuttavia, a 10 anni dall’emersione del fenomeno, il denaro gestito è ancora marginale: Betterment, il leader mondiale di New York, gestisce 10 miliardi, come una banchetta nostrana. Quel che già è di tutta evidenza, invece, è il ruolo dei “Robo” nel contenere i costi di gestione (sui portafogli azionari siamo attorno allo 0,7% annuo, circa metà dei gestori “umani”) e rendere più densa la relazione con i clienti, benché ciò appaia paradossale. «Anche se i volumi non sono ancora significativi, gli operatori sono ormai molti – racconta Roberto Nicastro, banchiere tradizionale ma anche investitore in aziende fintech, tra cui la milanese Deus Technology – perché è chiaro che il roboadvisory migliora drasticamente la qualità del servizio al cliente a parità di costo». Proprio le banche, per l’ex dg di Unicredit, hanno il maggior potenziale di utilizzo di questi servizi nel futuro. Giovanni Daprà, cofondatore e ad di Moneyfarm, è convinto che indietro non si torni: «Siamo davvero agli inizi di questa industria. Ora tutte le banche ampliano la loro presenza perché ne è stato validato il modello di servizio: applicando le tecnologie i servizi al cliente migliorano, e nel lungo termine i costi dimezzati incidono molto sul patrimonio ». Ma in Italia, per ora, il roboadvisory è una scienza arcana. Il 26 settembre a Milano il governo, rappresentato dal ministro Pier Carlo Padoan, dirà come vuole farlo crescere, proprio all’inaugurazione del Fintech district nella città sede della Borsa.

Andrea Greco

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