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Riserva da rivalutazioni al bivio della copertura

Gli effetti delle “vecchie” rivalutazioni di immobili tornano alla ribalta nel bilancio e in Unico. La crisi economica e la conseguente riduzione degli utili disponibili possono portare a intaccare la posta del patrimonio netto creata in applicazione dei commi 16 e seguenti dell’articolo 15 del Dl 185/2008, con due possibili destinazioni: la copertura delle perdite o la distribuzione ai soci, come rimedio all’assenza di utili ripartibili. L’operazione, però, va realizzata con molta attenzione sotto il fronte civilistico e fiscale.
Le conseguenze civilistiche
L’aspetto civilistico resta immutato indipendentemente dalla scelta compiuta sulla rilevanza fiscale degli incrementi di valore iscritti in bilancio. In tutti i casi in cui la riserva da rivalutazione non è stata direttamente imputata a capitale, la sua riduzione è sottoposta ad alcune cautele, previste dalla legge 342/2000 e richiamate dal legislatore del 2008.
Con riferimento alla possibilità di distribuire la riserva da rivalutazione senza attendere l’esercizio in cui il maggior valore del bene sia stato effettivamente recuperato (articolo 2423, comma 3, del Codice civile), il saldo attivo generato da rivalutazione monetaria si deve intendere liberamente distribuibile proprio perché deriva da una rivalutazione prevista per legge (circolare Assonime 13/2001).
Nel caso di distribuzione, il richiamo ai commi 2 e 3 dell’articolo 2445 del Codice civile determina:
– la necessità di una delibera assembleare, nel cui avviso di convocazione devono comparire le ragioni e le modalità della riduzione;
– l’obbligo di realizzare la riduzione con modalità tali che le azioni proprie eventualmente possedute dopo tale operazione non eccedano la decima parte del capitale sociale;
– la possibilità di eseguire la deliberazione soltanto dopo novanta giorni da quello di iscrizione nel registro delle imprese, purché entro questo termine nessun creditore sociale anteriore all’iscrizione abbia fatto opposizione.
L’utilizzo della riserva a copertura perdite, invece, incontra una disciplina particolare, che vede i soci impegnati a sciogliere la seguente alternativa:
e reintegrare la riserva con destinazione prioritaria degli utili che si vengono successivamente a formare, i quali risultano così vincolati e potranno essere distribuiti solo per l’eventuale eccedenza rispetto all’ammontare della riserva da ricostituire;
r evitare l’obbligo di reintegrazione (si ritiene totalmente o parzialmente), riducendo espressamente l’importo della riserva, ma, in questo caso, con delibera di assemblea straordinaria, per quanto non soggetta alle particolari formalità previste dall’articolo 2445, commi 2 e 3, del Codice civile, tra cui l’attesa dei 90 giorni dall’iscrizione della delibera.
Secondo alcune sentenze della Cassazione (tra cui la 12347/1999), esiste un ordine nell’utilizzo delle riserve. Le perdite, infatti, incidono sul capitale sociale solo dopo aver integralmente eroso le riserve, a partire da quelle più disponibili, e quindi secondo un ordine che vedrebbe “aggredite” prima le riserve facoltative, poi quelle statutarie, poi quelle di rivalutazione monetaria e, infine, la riserva legale.
Le ricadute tributarie
Sotto l’aspetto tributario, il Dl 185/2008 si caratterizzava, rispetto ai precedenti provvedimenti di rivalutazione, per la possibilità di operare un incremento di valore dei beni senza effetti fiscali, in assenza di imposta sostitutiva e con evidenza limitata ai valori di bilancio. Il saldo contabile creato nel patrimonio netto è considerato, ai fini fiscali, una riserva di utili non in sospensione d’imposta, come tale soggetta al vincolo dell’articolo 47, comma 1, del Tuir.
Così l’utilizzo a copertura perdite non ha effetti, mentre la distribuzione ai soci di società di capitali, pur non incidendo sulla fiscalità della società, viene tassata come ordinari dividendi. Il percettore sconterà alternativamente:
– una ritenuta del 20% se il socio è una persona fisica non qualificato;
– nessuna ritenuta se il socio è una persona fisica qualificata, ma con partecipazione del 49,72% dell’importo distribuito a tassazione ordinaria (Irpef e addizionali);
– assoggettamento all’imposizione sul reddito d’impresa, su una quota pari al 49,72% dell’importo per i soci imprenditori in regime Irpef o pari al 5% per i soci Ires.

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