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«Riscrivere le regole su Poste»

Prima di privatizzare «bisogna trovare un nuovo punto di equilibrio per la sostenibilità di ogni singolo business» di Poste Italiane e, soprattutto, vanno «riscritte norme e regole che che disciplinano l’attività dei recapiti» e il contributo al loro finanziamento da parte dello Stato. Francesco Caio, nuovo ad del gruppo, sceglie un’audizione presso la commissione Bilancio della Camera per alzare il velo sulla sua strategia sul gruppo e affondare una volta per tutte la prospettiva di una quotazione in Borsa della società entro fine 2014 (scelta che avrebbe condiviso martedì scorso con il ministro per l’Economia, Pier Carlo Padon, ndr). Caio annuncia un’inversione di rotta rispetto all’impostazione concordata dal predecessore, Massimo Sarmi, con l’esecutivo guidato da Enrico Letta. Non si privatizza per modernizzare la società, ma l’esatto contrario. «La quotazione è una grande opportunità – ha detto – che va colta non solo per fare cassa ma anche per modernizzare Poste e farne il vettore della modernizzazione del Paese».
Il manager ha lascito intendere che vuole costruire una nuova “equity story” da presentare agli investitori e in questo senso sta riscrivendo il piano industriale. «La sostenibilità del business di Poste deve passare per la sostenibilità di ogni suo singolo business – ha chiarito -. Non è più ipotizzabile finanziare all’infinito con i proventi del settore finanziario e delle assicurazioni il comparto dei recapiti».
Caio ha spiegato che il piano industriale, «pronto nelle prossime settimane» (la presentazione a questo punto potrebbe però slittare in autunno, ndr) punterà, oltre che sulla valorizzazione del risparmio postale, e sullo sviluppo in chiave digitale di rapporti con la pubblica amministrazione, soprattutto sul rilancio dei recapiti creando una «piattaforma logistica competitiva, incentrata sulla spedizione pacchi e sullo sviluppo del nuovo e-commerce».
La richiesta più forte del manager, indirizzata sia all’Authority per le comunicazioni – che sta definendo in queste settimane i criteri per calcolo del costo effettivo del servizio universale – sia al ministero per lo Sviluppo economico, con il quale andrà scritto il nuovo contratto di programma 2015-18, è quella di rivedere il sistema di regole che disciplina la remunerazione del servizio universale. Questo servizio (la spedizione di lettere, raccomandate, il pagamento dei bollettini etc garantito su tutto il territorio nazionale) costa a Poste «un miliardo – ha detto Caio – ma il contributo dello Stato è solo di 340 milioni» l’anno. In realtà Poste ha avanzato all’Authority per le comunicazioni una richiesta di 700 milioni euro l’anno per gli ultimi 3 anni, ma il nuovo modello in via di consultazione elaborato dall’Autorità porterebbe a riconoscere un contributo ben inferiore ai 340 milioni sinora garantiti. Secondo il manager va adeguata ai tempi la regolamentazione della materia: la concorrenza (soprattutto le mail) ha eroso gran parte del mercato, riducendo al lumicino i margini. Le Poste sono però interessate a mantenere quel servizio perchè è il veicolo per attirare clienti anche sugli altri business, in particolare Bancoposta e assicurazioni. Quello che si chiede è una revisione delle regole per cui sia riconosciuta una maggiore remunerazione ai servizi tradizionali e, in sede di scrittura del nuovo contratto, l’ampliamento anche a nuovi servizi più moderni (legati a logistica e e-commerce) il concetto di servizio universale. Questo è un processo che richiederà tempi negoziali con le controparti molto lunghi e che potrebbe spostare la quotazione anche alla seconda metà del 2015.
I dossier aperti sono anche altri. Come la convenzione da siglare con Cdp per i prodotti di risparmio postale. Poste, ha detto il manager, è «in una fase di costruttiva discussione con Cdp per ridefinire il nostro rapporto con un contratto di remunerazione che rimuova il rischio di possibili conflitti di interesse»

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