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Riscossione da riformare: in cassa 8 miliardi su 170

Il governo accelera sul nuovo scostamento che potrebbe mettere a disposizione fino a 30 miliardi per un nuovo giro di aiuti nel tentativo di allentare le tensioni crescenti da parte di autonomi e partite Iva. La decisione dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri mercoledì prossimo insieme al Def, per il voto in Aula il 22.

Intanto la discussione sul decreto Sostegni che sta avviando il proprio cammino parlamentare si accende sul tema divisivo del mini-condono. Con Forza Italia che chiede di allargarlo fino al 2015 alzando da 5mila a 10mila euro il valore dei ruoli da cancellare e da 30 a 40mila euro il limite di reddito dei contribuenti interessati. Sulla stessa linea la Lega, che fin dalla turbolenta approvazione in consiglio dei ministri aveva battagliato per ampliare l’azione delle forbici sulle cartelle. Contrari i sindacati, compatti ieri nelle audizioni al Senato nel chiedere di cancellare non i debiti fiscali ma il loro condono. La discussione sull’allargamento dello stralcio allarma anche i sindaci: estenderlo al 2015, hanno spiegato sempre ieri a Palazzo Madama, aprirebbe un buco di almeno 600 milioni nei loro conti. L’urgenza, sottolineano gli amministratori locali in linea con le richieste di imprese e commercianti, non è un’altra rinuncia generalizzata a delle entrate, ma al contrario è di trovare le risorse da indirizzare a chi è in difficoltà con qualche centinaio di milioni per finanziare gli sconti Tari alle attività chiuse o semichiuse dalle misure anti-pandemia, com’era accaduto la scorsa primavera.

I primi due giorni di audizioni, in vista della partita sugli emendamenti da presentare entro domani e da discutere la prossima settimana, indica già che la discussione sarà accesa. Ma sul piano pratico sarà contenuta da un numero invalicabile: 550. Sono i milioni a disposizione per i correttivi, 50 dei quali già indirizzati allo sport dilettantistico. O la Tari o il condono allargato, insomma, basterebbero a esaurire il budget messo a disposizione dal governo.

Ma c’è un’altra pioggia di cifre finita ieri sul tavolo della discussione. Ad alimentarla è la Corte dei conti, che in una relazione della sezione centrale di controllo sulle amministrazioni dello Stato (delibera 7/2021/G) ha messo sotto esame i dati dell’amministrazione finanziaria sull’effettiva capacità dell’agente delle Entrate Riscossione di raccogliere i propri crediti. Due numeri dicono tutto: ogni anno il fisco etichetta come somme di «riscossione certa» circa 170 miliardi di euro (169,9 nel 2019, ultimo anno rendicontato), ma riesce a incassarne davvero tra i 6 e i 9 a seconda degli anni (8,02 miliardi medi negli ultimi quattro anni). In pratica, secondo i calcoli dei magistrati contabili ogni anno finisce nelle casse dello Stato fra il 4 e il 5,8% di quello che si era giudicato sicuramente riscuotibile. Una dinamica del genere gonfia a ritmi intorno ai 50 miliardi all’anno il cosiddetto «magazzino della riscossione», che infatti nelle tabelle della Corte dei conti vola dai 707,4 miliardi del 2015 agli 889,3 del 2019. Alla base di questa evoluzione, aggiunge la Corte, c’è un caos contabile che nei fatti impedisce le verifiche sui dati reali dei debiti che si perdono e delle ragioni che ne vanificano i tentativi di incasso. Un dato solo è certo: svuotare questo magazzino a colpi di condoni è una sfida titanica, come conferma il fatto che il falò deciso nel decreto sui «sostegni» cancella debiti per 16 miliardi, cioè l’1,8% circa dell’arretrato.

Il superamento dell’impasse è affidato nelle intenzioni del governo alla riforma strutturale della riscossione, che dovrebbe trovare una prima manifestazione pratica nella relazione che il ministro dell’Economia Franco deve trasmettere alle Camere entro il 22 maggio, data entro la quale il Dl «sostegni» va convertito in legge.

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