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Riscossione, l’aggio non si versa

I compensi di riscossione e gli interessi passivi sui debiti a ruolo finiscono sul banco degli imputati. Secondo le più recenti sentenze di merito delle commissioni tributarie gli aggi o compensi di riscossione sono illegittimi perché, essendo espressi in misura percentuale, non rappresentano l’effettiva attività svolta dall’agente della riscossione. Gli interessi esposti nelle cartelle di pagamento, compresi quelli moratori, sarebbero altresì illegittimi perché non è consentito al contribuente verificare l’esattezza del loro computo.

L’aggio di riscossione, come è noto, è il compenso che spetta a Equitalia per l’attività di esazione da questa resa per conto dell’Ente impositore e costituisce il guadagno della società di riscossione.

Sul fronte degli interessi di mora si segnala invece una specie di dietrofront della Cassazione che ne ha sdoganato la legittimità con una recentissima ordinanza.

L’aggio o oneri di riscossione. Originariamente l’aggio era richiesto al debitore solo in ipotesi di mancato pagamento della somma dovuta entro i termini di scadenza della cartella di pagamento. Con le disposizioni contenute nel decreto legge n. 262/2006 si è invece previsto che l’aggio è dovuto a prescindere, anche se il contribuente provvede al pagamento nei termini.

Ai sensi dell’articolo 17 del dlgs n. 112/1999, l’aggio è pari a una percentuale dell’importo iscritto a ruolo: in caso di pagamento tempestivo, infatti, il compenso ammonta al 4,65% delle somme iscritte a ruolo, mentre nel caso di pagamento oltre i termini, il compenso aumenta in una misura pari all’8% (dal 1° gennaio 2016 tali percentuali sono scese rispettivamente al 3 e al 6%).

Ciò significa che, a prescindere dall’attività svolta da Equitalia, l’importo del compenso cambia a seconda del valore delle somme iscritte a ruolo, non essendo vincolato alla remunerazione dell’attività effettivamente svolta dal concessionario. Tale criterio, secondo i giudici tributari, appare in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, per assenza di connessione tra aggio e capacità contributiva. L’aggio, inoltre, rappresentando la remunerazione per l’attività svolta dal concessionario per la riscossione dei debiti per conto dell’Ente impositore, attiene esclusivamente al rapporto tra quest’ultimo e il concessionario del servizio stesso e non può pertanto essere fatto gravare sul contribuente, in quanto soggetto estraneo a tale rapporto.

Non solo. L’aggio esattoriale sarebbe illegittimo anche sotto un ulteriore profilo. Trattandosi di un compenso riconosciuto dalla normativa italiana a favore di un’impresa italiana, e non essendo collegato all’effettiva attività svolta da tale impresa, esso costituisce un aiuto di Stato, come tale in contrasto con l’articolo 107 del Trattato di funzionamento dell’Unione europea, secondo il quale sono incompatibili con il mercato comune gli aiuti concessi dagli Stati sotto qualsiasi forma, che, favorendo alcune imprese, falsino o minaccino di falsare la concorrenza.

Equitalia, dunque, essendo costituita in forma di società commerciale verrebbe a conseguire un ingiusto vantaggio economico, superiore a quello che conseguirebbe sul mercato o, comunque, a quello proporzionale all’attività effettivamente svolta, condizionando perciò il regime di libera concorrenza.

Le modifiche in atto con lo scioglimento di Equitalia potrebbero evitare le future censure in ordine agli aiuti di Stato mentre il solo cambio di denominazione dell’aggio in oneri di riscossione non pare in grado di superare le censure in ordine alla mancata correlazione fra l’attività svolta e il compenso previsto.

Gli interessi esposti in cartella. Anche sugli interessi esposti nelle cartelle di pagamento si è abbattuta la scure dei giudici di legittimità, che hanno sanzionato l’impossibilità di verificare, con l’esame della cartella, i criteri in base ai quali Equitalia effettua il conteggio degli interessi moratori.

Gli interessi di mora ricompresi nell’importo totale della cartella, non sarebbero intelligibili per il contribuente, essendo indicata solo la cifra totale degli interessi dovuti, senza alcuna indicazione del metodo di calcolo impiegato né delle singole aliquote applicate alle varie annualità. Ciò impedirebbe al contribuente di poter verificare la correttezza del calcolo effettuato e, di conseguenza, delle somme pretese dal concessionario.

Sempre per tale ordine di motivi, la Commissione provinciale di Genova, inoltre, ha ritenuto ingiustificato imporre al contribuente l’onere di effettuare da solo il calcolo degli interessi per ogni giorno di ritardo nel pagamento successivo alla scadenza, senza che sia indicata l’aliquota di riferimento.

Le pronunce dei giudici di merito in commento si inseriscono sulla scia della sentenza n. 8934 del 17/4/2014 con cui la Corte di cassazione ha affermato che «l’obbligo di una congrua, sufficiente e intelligibile motivazione non può essere riservato ai soli avvisi di accertamento della tassa» e che «alla cartella di pagamento devono ritenersi comunque applicabili i principi di ordine generale indicati per ogni provvedimento amministrativo».

Pertanto, secondo le commissioni di merito, le cartelle che non dettagliano puntualmente il conteggio degli interessi e le aliquote applicate alle varie annualità sono affette da nullità, trattandosi di atti lesivi del diritto alla difesa del contribuente.

Gli interessi di mora. Con una recentissima pronuncia i giudici della Cassazione hanno invece affermato che nessun rilievo di legittimità può essere mosso nei confronti degli interessi di mora addebitati in cartella. Ciò avvenuto tramite l’ordinanza n. 4376 del 21 febbraio scorso con la quale gli ermellini hanno respinto la tesi del contribuente secondo la quale la cartella di pagamento, non rispetta l’articolo 3 della legge 241 del 1990 (trasparenza amministrativa) in quanto nella stessa non sono presenti le modalità con le quali vengono calcolati gli interessi di mora.

La cartella di pagamento, si legge nell’ordinanza, non è un atto impositivo ma è un atto dell’agente della riscossione che viene predisposto in conformità ad un modello approvato con apposito decreto ministeriale. Gli interessi di mora sono dovuti per legge sulle somme iscritte a ruolo qualora il pagamento non venga effettuato dal debitore entro i sessanta giorni dalla data di notifica della cartella e il tasso da applicare è definito dall’articolo 30 del dpr n. 602/1973.

Il rinvio a tale disposizione normativa che detta i criteri di calcolo degli interessi moratori, secondo i giudici del Palazzaccio, rende chiara la motivazione dell’atto impositivo emesso dall’agente della riscossione (la cartella di pagamento).

Oltre a queste considerazioni la sentenza in commento si spinge più in avanti definendo come non pertinente il richiamo fatto dal ricorrente al contenuto della sentenza n. 4516/2012. In quel caso infatti oggetto delle riflessioni dei giudici di legittimità non erano gli interessi di mora, bensì le modalità di calcolo degli interessi dovuti dal debitore per ritardata iscrizione a ruolo ai sensi dell’articolo 20 del dpr n.602 del 1973.

Le cartelle emesse da Equitalia devono pertanto ritenersi valide anche se nelle stesse non sono esplicitate le modalità di calcolo degli interessi di mora.

Andrea Bongi e Silvia Bartolozzi

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