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Rischioso non riscuotere crediti

Risponde di bancarotta fraudolenta per distrazione l’imprenditore che non riscuote i crediti dell’azienda. Di più: la pena accessoria dell’interdizione dall’esercizio di uffici direttivi per dieci anni è indipendente dalla condanna principale e può scattare anche in caso di una reclusione non molto prolungata.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 32469 del 25 luglio 2013, ha confermato la condanna pronunciata dalla Corte d’appello di Milano a carico di un imprenditore, divenuto per un periodo leader nel settore delle ceramiche, autore di un grande dissesto finanziario.

Molte le condotte contestate dall’accusa.

Dai prelievi con le carte aziendali per fini personali da parte sua e dei figli, dalle fatture per operazioni inesistenti alla mancata riscossione dei crediti.

Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che la quinta sezione civile del Palazzaccio ha concentrato la sua attenzione. Per gli Ermellini, infatti, anche questo comportamento configura una distrazione punibile dalle norme sulla bancarotta. Sul punto in sentenza si legge che «infondata, comunque, è la principale doglianza che attiene all’attribuzione di natura distrattiva alla mancata riscossione di parte di crediti che la società vantava nei confronti delle collegate. E invero, appare ineccepibile la risposta motivazionale resa dal giudice di appello a identica questione sollevata in sede di gravame, sul rilievo che la nozione giuridica di patrimonio di cui depauperamento è apprezzabile ai fini della configurazione della bancarotta fraudolenta patrimoniale, è da intendere in senso lato, comprensivo cioè non solo di beni materiali, ma anche di entità immateriali, quali ragioni di credito che avrebbero dovuto concorrere alla formazione dell’attivo del compendio patrimoniale». Fra l’altro, precisa ancora Piazza Cavour, avuto riguardo alle peculiarità della fattispecie, è stato ritenuto, con insindacabile apprezzamento di merito, che la parte di credito non riscossa e che avrebbe dovuto figurare nel patrimonio della società, sia stata oggetto di distrazione riconducibile ai paradigmi dell’art. 216 della legge fallimentare.

Ma non è ancora tutto. Nulla da fare neppure su un altro motivo chiave presentato dalla difesa e con il quale si lamentava l’applicazione della pena accessoria nonostante la condanna non fosse stata «esemplare». Sul punto il Collegio di legittimità ha precisato che la pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di imprese commerciali e all’incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per dieci anni, prevista dall’art. 216, ultimo comma della legge fallimentare, non è indeterminata e si sottrae, pertanto, alla disciplina di cui all’art. 37 cod. pen.. In altri termini non può essere vincolata alla pena principale.

Fra l’altro l’anno scorso la stessa Corte costituzionale, con la sentenza n. 134 aveva dichiarato inammissibile la questione di legittimità sollevata in relazione alla questione della mancata previsione di un vincolo fra pena accessoria e pena principale della bancarotta fraudolenta.

Per quanto riguarda, infine, la condanna alla provvisionale la quinta sezione penale ha precisato che il provvedimento che liquida somme a titolo di provvisionale alla parte civile non è ricorribile per Cassazione, perché non è suscettibile di passaggio in giudicato e destinato a rimanere assorbito nella pronuncia definitiva sui risarcimenti che, sola, può essere oggetto di impugnazione con ricorso per Cassazione.

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