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Il rischio di una nuova crisi e il lavoro di Messina per sbloccare la partita tra il Tesoro e Francoforte

Un mese fa Pier Carlo Padoan ha capito che il peggio per la Banca popolare di Vicenza e a Veneto Banca poteva accadere. In quella fase il ministro dell’Economia era rientrato in Italia da uno dei suoi incontri europei con un messaggio chiaro e diverso dal solito: la strada della «risoluzione» delle due banche venete, un fallimento secondo le procedure dell’Unione bancaria, non era più impensabile. Significava chiudere e ristrutturare entrambe le aziende, ma soprattutto coinvolgere nelle perdite tutti gli obbligazionisti e potenzialmente anche i depositanti fino a 100 mila euro.

A quel punto Padoan sapeva che la clessidra girava su Vicenza e Veneto. La sabbia stava scorrendo al ritmo della fuga di depositi che aveva già colpito le due banche. Buona parte di ciò che è avvenuto in seguito è la cronaca di questo mese: il tentativo fallito di trovare 1,2 miliardi di investimenti privati dal sistema finanziario per riportare le due banche a galla e giustificare così un successivo intervento pubblico per rafforzarle; l’idea affacciatasi settimane fa di seguire la strada, poi percorsa ieri, di una liquidazione in base alle procedure nazionali, anziché una risoluzione europea.

È su questa seconda opzione che si è rafforzata con il passare dei giorni un’oggettiva convergenza fra Padoan e Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che ha potuto godere di un «nulla osta» della Banca centrale europea, della Commissione Ue e del Consiglio Unico di Risoluzione. Francoforte sembra aver accettato, per adesso, che Intesa Sanpaolo non lanci un aumento di capitale anche se allarga il bilancio acquisendo a prezzo simbolico 26,1 miliardi di crediti sani e 8,9 miliardi di altri attivi delle due venete, oltre a debiti verso la clientela per 25,8 miliardi e obbligazioni per altri 11,8 miliardi. In altri esempi simili di interventi di banche forti su concorrenti in dissesto – in Italia Ubi su Etruria, Marche e Carichieti, in Spagna Santander su Banco Popular – la Bce aveva chiesto rafforzamenti patrimoniali. Nel caso di Intesa ha contato sicuramente la fiducia reciproca cresciuta negli anni fra Messina e Danièle Nouy, la presidente del Consiglio unico di vigilanza della Bce. Ma si sono fatte sentire anche le garanzie pubbliche a vario titolo per 11,4 miliardi che il governo ha concesso sull’operazione.

Su quelle garanzie la Commissione Ue ha concesso un sostanziale via libera, deviando dalle posizioni molto rigide degli ultimi anni sugli aiuti di Stato alle banche. Quanto al Consiglio unico di sorveglianza, guidato dalla severissima tedesca Elke König (il cui voto vale doppio se una decisione è in bilico), venerdì scorso anch’esso ha optato per la via più morbida: non mettere Vicenza e Veneto in «risoluzione», ma consentire una procedura di liquidazione nazionale che avrebbe garantito la continuità operativa grazie all’intervento di Intesa.

In sostanza i tre guardiani dell’Unione bancaria, uno dopo l’altro, hanno preso decisioni che sulla carta mettono in dubbio il loro stesso ruolo. La ragione è in un dettaglio rimasto coperto durante questo mese di tensioni, ma determinante per le scelte di tutti: lo scenario opposto, una risoluzione europea per le banche o una liquidazione senza l’intervento coordinato di Intesa Sanpaolo, non sarebbe stata sostenibile per il sistema bancario italiano. Quei due scenari avrebbero imposto infatti al Fondo interbancario di garanzia sui depositi di rimborsare subito i depositanti di Vicenza e Veneto per 12,5 miliardi di euro e subentrare a tutti i clienti come creditore delle due banche fallite. In base alle norme contabili in vigore, ciò avrebbe imposto alle banche italiane che alimentano il Fondo interbancario una perdita immediata di 12,5 miliardi, la quale a sua volta avrebbe eroso da subito i livelli di capitale dell’intero sistema del credito. Intesa Sanpaolo da sola avrebbe perso 2,5 miliardi di patrimonio, ma sarebbe molto probabilmente rimasta l’unico istituto di rilievo in Italia a mantenersi entro i requisiti indicati dalla Bce. Tutte le altre banche avrebbero dovuto avviare un altro ciclo di aumenti di capitale, in simultanea, rischiando di far fare all’intero sistema un altro giro nella spirale della crisi e di riportare l’Italia in recessione.

Per questo le tre autorità europee si sono dimostrate tolleranti verso un’operazione che avrebbero potuto fermare. Proprio la loro scelta su Vicenza e Veneto nell’operazione con Intesa Sanpaolo diventa così un’implicita ammissione che il meccanismo europeo di «risoluzione» non può funzionare senza che si lanci anche il Fondo di assicurazione sui depositi (ma per ora la Germania si oppone, proprio perché teme di dover pagare per le banche italiane).

D’altro canto, l’assenza di alternative ha rafforzato la posizione negoziale di Messina. Intesa ha negoziato fino in fondo. E ora non ha solo contribuito a stabilizzare un po’ di più l’intero sistema: diventa anche la prima banca nel Nord-Est, un’area che oggi cresce quasi a ritmi tedeschi.

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