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Rischio hard Brexit, i colloqui May-Corbyn partono in salita

Brexit conta più dell’unità dei Tories. La decisione della premier britannica di collaborare con l’opposizione laburista rischia di spaccare il partito conservatore, ma Theresa May ieri ha difeso la sua scelta. La gente «si aspetta un’intesa tra partiti per risolvere la questione», ha detto in Parlamento, ricordando la sua promessa agli elettori di «rendere Brexit realtà».
La May ieri ha avuto un lungo colloquio con il leader laburista Jeremy Corbyn, che è stato definito «costruttivo» e oggi i due torneranno a incontrarsi per definire una strategia. «Entrambe le parti hanno mostrato flessibilità» e stabilito un «programma di lavoro», ha detto il portavoce di Downing Street. Meno ottimista Corbyn, che ieri sera ha definito l’incontro «utile ma inconcludente». Il leader laburista ha spiegato che la May non ha proposto nulla di nuovo, condizione necessaria perché l’accordo da lei concordato con la Ue e respinto per tre volte dai deputati sia approvato al quarto tentativo.
L’obiettivo dei colloqui di oggi è raggiungere un compromesso che possa trovare una maggioranza in Parlamento la settimana prossima, prima del summit straordinario dei leader dei 27. Data la distanza tra le posizioni dei due leader, non c’è però molto ottimismo sulla possibilità di una svolta decisiva.
La decisione in extremis della May è stata tormentata e aspramente criticata dai brexiter conservatori. Nei prossimi giorni si vedrà se è stata anche troppo tardiva. Da Bruxelles il presidente la Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha avvertito che il Parlamento britannico deve approvare l’accordo di recesso entro il 12 aprile al più tardi, senza la possibilità di ulteriori brevi rinvii. Se ci sarà una maggioranza, la Gran Bretagna resterà nella Ue fino al 22 maggio per ratificare l’accordo.
Juncker è sembrato scettico sulle chance di un’approvazione a Westminster. «Ritengo che un no deal a mezzanotte del 12 aprile sia lo scenario sempre più probabile», ha detto. In caso di uscita senza accordo, le tre condizioni per continuare le trattative con la Ue sono che Londra paghi il conto del divorzio, tuteli i diritti dei cittadini europei e trovi una soluzione per il confine irlandese.
Anche il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha detto che le possibilità di un no deal sono «elevate a un livello allarmante» date le convulsioni in Parlamento. Il rischio è di un «no deal per sbaglio, che accadrebbe improvvisamente, senza transizione, in modo disordinato» e sarebbe devastante per l’economia britannica. Chi dice altrimenti «dice cose senza senso», ha affermato Carney.
Per evitare lo scenario no deal, Juncker ha esortato tutti i deputati di Westminster a trovare un compromesso, dichiarandosi disposto a riscrivere la dichiarazione politica per inserire l’opzione preferita dal Parlamento, che sia l’unione doganale o l’Efta o un accordo di libero scambio.
I segnali da Westminster però non sono positivi. Ieri è stata un’altra giornata caotica. La mozione che chiedeva un altro round di voti indicativi lunedì non ha ottenuto la maggioranza. Per la prima volta da 39 anni c’è stato un pareggio, con 310 deputati a favore e 310 contro. È toccato allo Speaker John Bercow esprimere il voto decisivo e ha votato contro. Il tentativo dei deputati di riprendersi il controllo di Brexit sembra quindi essersi arenato. I voti indicativi potrebbero comunque avere luogo, ma se sarà il Governo a chiederli e non il Parlamento.
I deputati ieri sera tardi hanno anche votato il disegno di legge proposto dalla laburista Yvette Cooper che obbligherebbe la May a chiedere a Bruxelles un lungo rinvio di Brexit oltre il 12 aprile per evitare un no deal. Il Governo lo ha definito «frettoloso e irregolare», ma alla seconda lettura è passato con 315 voti a favore e 310 contrari. Se approvato in terza lettura dal Parlamento, il disegno di legge passerà oggi al vaglio della Camera dei Lord. L’approvazione di quella che è stata definita una “rete di sicurezza” per non uscire senza accordo sarebbe un altro colpo fatale per i sostenitori di una hard Brexit, già in subbuglio per l’inversione a U della premier.
È caos nel partito conservatore dopo la decisione della May di cercare di evitare a tutti i costi un no deal. Nessun ministro ha lasciato l’incarico per ora, ma secondo voci alcuni stanno aspettando l’esito dei colloqui con Corbyn per gettare la spugna se non lo riterranno accettabile.
Ieri due sottosegretari hanno dato le dimissioni per protesta. Chris Heaton-Harris del ministero per l’uscita dalla Ue e Nigel Adams, sottosegretario per il Galles, hanno detto che non è questa la Brexit per la quale la gente ha votato. La May ha ora il dubbio onore di avere incassato il maggiore numero di dimissioni ministeriali di qualsiasi altro premier della storia recente del Regno Unito.

Nicol degli Innocenti

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