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Rischio guerra su pozzi e raffinerie

di Sissi Bellomo

Il rischio non è più soltanto un'interruzione più o meno prolungata delle esportazioni libiche. Le bombe, cadute ieri ad appena due chilometri da uno dei maggiori terminal petroliferi del paese nordafricano (si veda il servizio a pagina 8) hanno risvegliato timori che fino ad ora erano forse rimasti sopiti: la guerra civile che contrappone i fedelissimi del colonnello Gheddafi alle fazioni che lottano per liberarsi del dittatore potrebbe distruggere le infrastrutture energetiche della Libia, con conseguenze ben più pesanti e durature sugli approvvigionamenti di petrolio e gas, in primis dell'Italia, che da Tripoli importava circa un quinto del suo fabbisogno di greggio e un decimo di quello di metano.

In una seduta particolarmente convulsa, le quotazioni del Brent sono salite ieri fino a un massimo di 117,81 dollari al barile, per poi chiudere a 116,35 $ (+0,8%), massimo da due anni e mezzo. Stesso record per il Wti, ormai tornato saldamente a un prezzo a tre cifre: 102,23 $/bbl in chiusura (+2,6%). Anche l'oro – replicando il copione di martedì – ha continuato ad attirare l'interesse degli investitori, in reazione ai timori geopolitici, ai rischi crescenti di inflazione e alla fuga sempre più precipitosa dai listini azionari mediorientali: il lingotto ha superato 1.440 dollari l'oncia, aggiornando di nuovo il record storico.

«Difficile capire se il governo libico stia cominciando a bersagliare le infrastrutture petrolifere nell'est del paese, oppure se l'obiettivo degli attacchi fossero semplicemente le aree sotto il controllo dei ribelli», riflette Andy Lebov, di Mf Global. Sui nervi già tesi degli investitori l'effetto è stato comunque poco tranquillizzante.

Chiunque governi in Libia non può fare a meno delle entrate derivanti da petrolio e gas, che costituiscono oltre il 90% del valore dell'export di Tripoli. Uccidere la gallina dalle uova d'oro sarebbe una follia. Ma Gheddafi forse potrebbe anche arrivare a commetterla. «Non posso escludere che ci sia la volontà di un colpo di coda, sentendosi asserragliato», ha dichiarato il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, a proposito della possibilità che il dittatore possa decidere di bombardare i pozzi di petrolio.

Lo stesso Gheddafi, in un lungo e veemente discorso, ieri ha lanciato qualche velata minaccia in proposito. «Se la situazione continua, il petrolio si fermerà. Le bande armate che continuano a controllare Bengasi e altre parti del paese vi deruberanno del vostro petrolio. La nostra produzione è già ridotta ai minimi». Ancora più esplicito Shockri Ghanem, che da qualche giorno non perde occasione per parlare, esibendo di essere ancora saldamente alla guida della Noc, la compagnia petrolifera statale. «Spero che non arriveremo mai al punto di valutare se usare il petrolio come arma politica – ha detto alla Reuters – Preferiamo non provocare alcun tipo di problema all'offerta. In caso contrario ci sarebbe il panico sui mercati».

L'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) ha ribadito ieri di non ritenere necessario il rilascio delle scorte stragiche di petrolio dell'Ocse, anche se le sue stime sulla produzione libica sono peggiorate: dal mercato mancherebbero da 850mila a un milione di barili al giorno (su un totale di 1,6 mbg), contro le 500-750mila che l'Agenzia ipotizzava la settimana scora. «Attualmente – afferma l'Aie – in Europa non si percepiscono ristrettezze nell'offerta, anche perché la domanda di greggio è bassa in un periodo di manutenzioni su larga scala delle raffinerie».

L'organismo dell'Ocse non si sofferma sul tema dei margini di raffinazione, sempre più depressi nell'area del Mediterrano, al punto da scoraggiare gli acquisti di greggio. Almeno due carichi proposti dall'Arabia Saudita sarebbero stati rifiutati, secondo voci di mercato, probabilmente per via della qualità non appetibile: troppo solforosi in confronto ai greggi libici. Tuttavia, qualche segnale di cedimento stanno mostrando anche le valutazioni dell'Ural, un greggio russo molto versatile, benché anch'esso diverso dai libici, i cui prezzi erano schizzati al rialzo la settimana scorsa. A mantenersi a livelli record, ai massimi da due anni, sono soltanto alcune qualità nigeriane e azere, le più simili, per densità e contenuto di zolfo, alle forniture perdute.

 

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