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Rischio fallimento a +34%: 115mila aziende appese a un filo

Uffici chiusi e tribunali in difficoltà da un lato. Improcedibilità per legge dall’altro.

A guardare il numero di fallimenti delle imprese italiane, il 2020 pare un anno di grazia, con un crollo del 41% dei dossier presentati tra gennaio e settembre. Non un segnale di solidità, tuttavia, bensì un risultato legato a meri fattori di natura eccezionale, che nasconde una realtà ben diversa.

Inversione di rotta

Il 2021, a giudicare dalle stime di Cerved Rating Agency sulle probabilità di default del sistema, potrebbe infatti segnare una brusca inversione di rotta. Tasso di rischio stimato al 4,5% dell’era pre-Covid e che salirà nelle attese al 6% a fine 2021. Un balzo che vale il 34% e che sintetizza le difficoltà prospettiche a cui potrebbe andare incontro il sistema delle imprese.

Lo studio, che si basa sulle valutazioni degli analisti dell’agenzia su oltre 30 mila società italiane oggetto di rating, proietta le tendenze macroeconomiche sulla probabilità di default di un campione rappresentativo dell’economia reale, con dettagli su settore, area geografica e dimensione dell’impresa.

L’ipotesi di lavoro di base presuppone il successo della campagna vaccinale, con il raggiungimento dell’immunità di gregge entro il terzo trimestre dell’anno, in presenza di una crescita del Pil nell’ordine del 3,5% e di un rimbalzo deciso dell’export, vicino ai 10 punti, valori presenti nelle più recenti stime di Banca d’Italia.

Scatto in avanti che comunque non basterà a riportare i ricavi della manifattura e dei servizi in linea con quanto realizzato nel 2019. Accadrà per una manciata di comparti (farmaceutica, alimentari, elettronica) mentre il resto dell’economia resterà indietro.

Turismo e ospitalità

I peggiori risultati, da questo punto di vista, sono ipotizzati per tutto ciò che gravita attorno al turismo e ai servizi di ospitalità e somministrazione di cibi, che a fine 2021 saranno ancora 40 punti al di sotto dei livelli pre-Covid.

Effetto collaterale, in termini di rating delle imprese, è quello di uno spostamento evidente dei giudizi verso l’area più speculativa, dove i rischi sono maggiori.

Se lo scorso febbraio nell’area considerata di sicurezza o comunque di solvibilità gravitava il 56% delle imprese, tale quota ora si riduce a poco più del 50%.

Nel complesso, quella che Cerved definisce come probabilità media di default, per l’intero sistema balza verso l’alto del 34%, passando dal 4,5% di febbraio al 5,1% di fine 2020, per poi salire al 6% al termine del 2021.

Un regresso evidente ovunque in termini geografici, anche se punti di partenza e di arrivo sono distanti: i picchi superiori sono per Sud e Isole, dove il tasso di default probabile sale al 7,3-7,5%, mentre nelle aree più virtuose di Nord-Est e Nord-Ovest si scende al 5,5-5,7%.

Dispersione settoriale

Dispersione di valori decisamente più ampia in termini settoriali, con la manifattura (5,4%), meno rischiosa rispetto all’area vasta dei servizi e delle costruzioni.

Ed è proprio qui, nell’ambito allargato del turismo e dell’ospitalità (alberghi e ristoranti), che in termini settoriali vi sono le prospettive più cupe, con tassi probabili di default che arrivano nei casi peggiori al 14%: il che significa che un’azienda su sette (qui parliamo del turismo) rischia di andare a gambe all’aria.

Costruzioni

Aggiungendo a questo quadro le costruzioni, altra area in difficoltà, questi settori valgono in Italia nelle stime Cerved 1,15 milioni di imprese con tre milioni di lavoratori coinvolti.

E in questi tre comparti in media un’azienda su dieci è a rischio default (115mila realtà, con una stima quindi di circa 300mila addetti), valore peraltro destinato a crescere qualora la campagna vaccinale dovesse protrarsi oltre le attese. «Nella definizione del quadro di rischio spiega l’ad di Cerved Rating Agency Fabrizio Negri – abbiamo dovuto tenere in considerazione aspetti legati all’evoluzione dell’epidemia: secondo i nostri modelli, eventuali ritardi nella somministrazione dei vaccini rallenteranno il ritorno alla normalità, contribuendo ad aumentare il rischio di default al 6,4%: l’effetto non sarà omogeneo, ma molto maggiore per i settori più condizionati dalle misure di distanziamento sociale».

La variabile dimensionale

Altra variabile discriminante è la dimensione d’impresa, stazza che diventa fondamentale proprio nei momenti di maggiore tensione finanziaria e produttiva.

Il tasso medio di default di fine 2021 è in effetti il risultato di valori molto diversi lungo la scala dimensionale delle aziende, con le “big” a presentare un aumento limitato, fermandosi al 2,9%.

All’estremo opposto a subire i maggiori rischi sono invece le microimprese, il cui dato lievita di oltre un punto e si avvicina al 9%, dunque quasi il triplo rispetto alle aziende di dimensioni maggiori.

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