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Rischio crac per le autostrade lombarde

MILANO — Dovevano essere il fiore all’occhiello da esibire per l’apertura di Expo 2015. La dimostrazione che dopo anni di annunci a vuoto della politica, intoppi burocratici, incapacità a predisporre piani finanziari sostenibili, è ancora possibile realizzare opere infrastrutturali ambiziose. Invece, nella ricca Lombardia e in sincrono con il flop della quotazione di Sea, si sta consumando l’ennesimo fallimento: i cantieri di Pedemontana, Tem e Brebemi, tre nuovi tratti autostradali che – sulla carta – dovrebbero fluidificare il traffico attorno a Milano rischiano lo stop dove i lavori sono in corso, o di non partire nemmeno. Un danno anche per il settore grandi opere, dove i 10 miliardi di spesa preventivata erano attesi come manna da decine di società già provate da quattro anni di recessione e dal crollo degli investimenti pubblici.
Molteplici le cause. L’ultima in ordine di tempo è il fallimento dell’asta per privatizzare la Serravalle, dove Comune e provincia di Milano hanno cercato di vendere l’80% della società che gestisce le tre Tangenziali attorno al capoluogo e il primo tratto dell’Autofiori. Un’azienda che fino a un anno fa era una macchina da soldi (17 milioni l’utile 2011) ma ora è oberata da scadenze finanziarie difficilmente sostenibili; tanto che qualche consigliere di amministrazione sta pensando di metterne in forse la continuità aziendale. Il fatto è che Serravalle è il perno attorno cui ruotano i tre progetti sotto accusa: controlla il 68% di Pedemontana (superstrada che attraversa le province lombarde da Varese a Brescia), il 38% della Tem (che corre esterna alla Tangenziale Est, la più trafficata) e l’8% della Brebemi (autostrada da Milano a Brescia che passa a Sud dell’A4). Delle tre infrastrutture è in realizzazione il primo tratto di Pedemontana, mentre di Tem è iniziata la cantierizzazione. Per completare la struttura finanziaria sono stati sottoscritti prestiti ponte con le banche che dovrebbero essere garantiti da aumenti di capitale delle società controllate, che Serravalle non può sostenere perché la Provincia, socio sopra il 50%, non ha i fondi. Anzi, dopo il fallimento della quotazione di Sea, da cui sperava di realizzare almeno 80 milioni cedendo il suo 14% degli aeroporti di Linate e Malpensa, ora l’ente rischia di sforare il patto di stabilità e di essere commissariato. Se la gara della Serravalle fosse andata in porto, sarebbero stati i privati ad accollarsi i rifinanziamenti con le banche, per un totale di 500 milioni per le tre opere. Ma questo onere, aggiunto al fatto che la base d’asta di 670 milioni è stata considerata dagli operatori – dai Benetton a Gavio – troppo alta, ha fatto saltare l’operazione.
Inevitabili le conseguenze negative. L’urgenza è soprattutto finanziaria. I creditori hanno chiesto il rientro del prestito ponte da 200 milioni a Pedemontana. Tem ha tempo solo fino ad aprile per trovare le risorse che garantiscano il prestito da 120 milioni. Mentre Brebemi è appesa alle garanzie fornite da Sace alla Banca europea degli investimenti che inietterà 1,6 miliardi per far decollare l’opera.
A complicare tutto si assiste a uno scontro tra politica e manager. Da Pedemontana si sono dimessi prima il presidente Bruno Soresina, ex numero uno di Atm Milano, poi il dg. In Tem i soci di controllo hanno chiamato l’assemblea per estromettere l’ad Antonio Marano, ex dirigente Unicredit indicato dai privati. Per tutti l’accusa è non aver seguito le indicazioni degli azionisti, di fatto opponendosi a consulenze e assunzioni indicate dai politici.

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