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Rischio contagio per Olanda e Svezia. Ma se Londra resta avrà meno vincoli

Non sarà «la fine della civilizzazione occidentale », come ha paventato ieri il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, però i rischi di contagio del referendum britannico sono ben presenti sia a Bruxelles sia nelle principali cancellerie europee. E si tratta di rischi politici, oltre a quelli economici evidenziati in questi giorni dal tracollo delle Borse. Il problema è che la Ue corre il pericolo di trovarsi sotto attacco sia in caso di vittoria dei «leave», che porterebbe il Regno Unito a uscire, sia in caso di vittoria dei «remain », che manterrebbe la Gran Bretagna in Europa alle condizioni che le sono state concesse al vertice di febbraio. In entrambe le eventualità, infatti, si affermerebbe un modello che rischia di fare proseliti e di innescare una reazione a catena difficile da arrestare.
Se l’esito delle urne dovesse decretare l’uscita di Londra, oltre ad aprirsi una fase di instabilità per un risultato che tutte le forze euroscettiche interpreterebbero come una loro vittoria, c’è il rischio reale che altri Paesi chiedano a loro volta una referendum per decidere se restare o meno nell’Unione europea. A Bruxelles si è convinti che questa minaccia potrebbe venire più verosimilmente da Stati membri che hanno un elevato tenore di vita e una forte componente euroscettica, come l’Olanda, la Svezia o la Danimarca. Non è un caso che proprio ieri il premier olandese Mark Rutte si sia espresso in termini molto secchi dichiarando di essere «totalmente contrario ai referendum, soprattutto a quelli sugli accordi multilaterali ». Recentemente un referendum- burla indetto per iniziativa di un giornale umoristico ha portato gli elettori olandesi a pronunciarsi contro la ratifica degli accordi di associazione tra la Ue e l’Ucraina. Anche se hanno votato meno della metà degli aventi diritto, il risultato è considerato valido. Si può immaginare quanto sarebbe alta la possibilità di vittoria dei «no» nell’eventualità di una referendum per decidere se restare nell’Unione in un Paese dove i populisti sono molto forti e che ha già bocciato per referendum la Costituzione europea.
E possibile che i governi in carica all’Aja, a Stoccolma o a Copenhagen riescano a sventare l’ipotesi di un ricorso alle urne. Ma anche Cameron credeva di poter evitare il referendum, e non c’è riuscito. In ogni modo la richiesta di un voto popolare per decidere se restare o lasciare la Ue potrebbe diventare in ogni capitale uno strumento di forte pressione politica delle opposizioni contro i governi. E non solo nei Paesi del Nord, ma anche in Francia, in Austria o in Italia, dove le opposizioni anti-europee sono forti ed agguerrite.
Secondo gli analisti di Bruxelles il contagio referendario è meno probabile tra i Paesi dell’Est europeo, dove pure sono al governo partiti populisti ed euroscettici, ma che ricevono dal bilancio Ue ingenti finanziamenti grazie ai quali alimentano una robusta crescita economica. In questo caso, però, potrebbero essere proprio i governi a minacciare di usare l’arma dei referendum per ottenere ulteriori concessioni dall’Europa.
E qui si arriva al secondo pericolo di contagio che emana dalle urne britanniche anche e soprattutto nel caso di una sconfitta di Brexit: quello di un’Europa delle eccezioni. Se la Gran Bretagna decidesse di restare, godrebbe infatti di uno statuto particolare che le è stato concesso dagli altri capi di governo al vertice di febbraio. Potrà restare fuori da qualsiasi ulteriore forma di integrazione. Non dovrà rispettare le regole comuni in materia di “welfare”. Non sarà vincolata dall’impegno ad una «Unione sempre più integrata » che è iscritto nei Trattati. Potrà non ritenersi vincolata dalla Carta dei valori che fa anch’essa parte dei Trattati. Anche se negli accordi di febbraio si precisa che il caso britannico è irripetibile, quanto tempo passerà prima che altri governi chiedano a loro volta la concessione di eccezioni su temi che stanno loro particolarmente a cuore? E che succederà se lo faranno impugnando la minaccia di un referendum, come ha fatto Cameron? L’Ungheria, la Polonia, la Slovacchia hanno tutti contenziosi di principio aperti con Bruxelles. Perché dovrebbero piegarsi alle leggi europee quando hanno davanti l’esempio della Gran Bretagna che ne è stata esentata?

Andrea Bonanni

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