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Rischio bancarotta e allarme sicurezza ora Lufthansa lotta per sopravvivere

THERE is no better way to fly”, non c’è miglior modo di volare, è il loro motto, da quando la Lufthansa nacque 89 anni fa, il 6 gennaio 1926. Dalla vivace democrazia di Weimar al dopoguerra della libertà rinata a Bonn, si sentono l’aristocrazia mondiale del volo civile. “Lufthanseater”, tradotto “i Lufthansisti”, li chiama da sempre la Germania con orgoglio. Ma la catastrofe sulle Alpi francesi, con risarcimenti alle famiglie delle vittime che potrebbero costare alla compagnia 320 milioni, sta solo accelerando un amaro risveglio: da qualche anno Lufthansa affronta una crisi durissima. Adesso la sua immagine è a rischio, come fu per Air France dopo la sciagura del ‘330’ Rio-Parigi inabissatosi nell’Atlantico, o per Alitalia prima della svolta.

«Nessuno invidia oggi Carsten Spohr, ad di Lufthansa», senti dire alla Borsa di Francoforte. Il giovane manager, ex pilota, sperava di rilanciare la compagnia della gru con tagli e mantenendo però l’eccellenza, ma le cifre sono pesanti: 720 milioni di perdite nell’ultimo bilancio, senza contare gli scioperi; quote di mercato sottrattele dai nuovi giganti del Golfo (Etihad, Emirates, Qatar Airways), dai vettori cinesi, da Turkish Airlines. E ora, la paura di volare dal volto tedesco.
Non se lo aspettavano, quando nel 1926 cominciarono servizi sicurissimi e di lusso con gli Junkers F-13, i primi aerei civili in metallo nel mondo, poi coi trimotori Ju-52. Rotte per Parigi e Londra, Roma e Stoccolma, Mosca, Il Cairo e le Americhe. Anche coll’elegante quadrimotore Condor. Ci pensò Hitler ad assestare il primo colpo al cuore: asservimento al nazismo, aerei requisiti per la guerra di Spagna e l’attacco alla Polonia, o come velivoli personali suoi e dei gerarchi. Nel 1945, la flotta era all’anno zero, come tutto il Paese.
Già nel gennaio 1953 i poderosi Super Constellation americani di Lufthansa introdussero nuovi standard di lusso nel lungo raggio. La riunificazione rese la gru ancor più grande. Flotta di 330 aerei e passa, preferita dagli uomini d’affari del nuovo mondo globale. Pochi incidenti: un Jumbo a Nairobi nel ’74, un 320 a Varsavia nel ’93. Ma lento iniziò il declino: privatizzazione, fame di guadagni in Borsa, servizio a bordo sempre più frugale, poi tagli peggiori: i medici aziendali sono troppo pochi per controllare quell’armata di 5400 piloti. E arabi, turchi e cinesi col cuoco a bordo e aerei più nuovi si prendono la clientela migliore, mentre nel low cost Germanwings è un nano rispetto a Easyjet o Ryanair. Quo vadis, Lufthansa? Sullo sfondo non c’è solo Andreas Lubitz. Anche Berlino senza nuovo aeroporto, capitale giovanile troppo mal collegata, e quanto a sicurezza un crollo dall’11mo al 18mo posto. Non Lufthansa ma Air New Zealand con i suoi nuovissimi Boeing, l’addestramento in Raf e aviazione australiana e spot e livree spiritose ispirate ai film sugli hobbit, è la linea più sicura del mondo. La lotta della gru per sopravvivere è partita aperta.
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