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Rischio Argentina per i risparmiatori

Undici anni dopo il crack, l’Argentina si trova al punto di partenza: a un passo dal default. Sull’orlo del precipizio. Il rischio è concreto, tanto che l’agenzia di rating Fitch nella notte di martedì ha ridotto la valutazione del Paese sudamericano di cinque gradini, portandola alla «CC»: livello che indica, appunto, un elevatissimo rischio di insolvenza. Anche sui mercati finanziari i titoli argentini segnalano allarme rosso. Questa volta, però, Buenos Aires rischia di precipitare nel baratro per un motivo diverso rispetto al 2001: non per ragioni economiche (Buenos Aires sta pagando i nuovi debiti), ma per effetto di una sentenza del giudice Thomas Griesa del Tribunale di New York.
Dando ragione a un gruppo di fondi, il giudice rischia infatti di creare un effetto domino devastante in grado di mettere in ginocchio un Paese intero. E – effetto collaterale – rischia di colpire per la seconda volta i 400mila risparmiatori italiani che nel 2005 e nel 2010 hanno accettato di scambiare i vecchi bond argentini con nuovi titoli. Per contro, la stessa sentenza potrebbe dare una speranza in più ai 53mila italiani che nel 2005 non accettarono le condizioni capestro dell’Argentina. La partita è però incerta. E non si escludono colpi di scena: Buenos Aires potrebbe pensare a una transazione per chiudere il caso.
La causa della discordia
Tutto inizia a New York. Il giudice Griesa ha dato ragione a un gruppo di hedge fund che chiedeva all’Argentina di rimborsare al 100% i vecchi Tango-bond finiti in default nel 2001. Questi fondi hanno in mano ancora i vecchi titoli perché nel 2005 non hanno aderito all’offerta dell’Argentina, che chiedeva di scambiare quei titoli in default con nuovi bond (incassando una perdita del 66%). La sentenza si basa sul concetto di “pari passu”: principio che esiste sul mercato obbligazionario da sempre, ma che il giudice ha interpretato in maniera rivoluzionaria. Inedita.
“Pari passu” significa che gli obbligazionisti vanno tutti trattati nello stesso modo. Questo vuol dire che i possessori della stessa obbligazione hanno lo stesso grado di prelazione: non è possibile che alcuni vengano privilegiati in caso di insolvenza. Il principio del “pari passu”, però, non ha mai avuto un significato economico: in caso di default, non ha mai significato che tutti abbiano diritto a un rimborso del 100%. Il giudice, invece, ha dato più o meno questa interpretazione. Morale: ha obbligato l’Argentina a mettere in un conto 1,3 miliardi per gli hedge fund (in attesa della decisione finale della Corte d’Appello), prima di pagare i detentori dei nuovi bond. Ha dunque vietato a Bank of New York (che ha il ruolo di Trustee) di rimborsare i nuovi bond per conto di Buenos Aires.
Possibile default
Qui nasce il rischio di insolvenza. L’Argentina vuole pagare i nuovi bond (l’ha sempre fatto), ma non i vecchi (ha anche in vigore una legge che lo vieta). Però Bank of New York, che in qualità di Trustee solitamente riceve i soldi da Buenos Aires e poi li gira agli obbligazionisti, questa volta è impossibilitata a fare da tramite per rimborsare i nuovi bond, perché glielo vieta il giudice. Morale: la prossima volta che l’Argentina dovrà pagare gli obbligazionisti, i soldi probabilmente si fermeranno in Bank of New York. Questo potrebbe accadere già il 15 dicembre, data in cui Buenos Aires deve pagare una rata dei titoli legati al Pil. Ebbene: questo “blocco” potrebbe (ma non è scontato) mandare in default l’Argentina sull’intero debito pubblico.
È poi possibile che, dopo la sentenza di New York, altri ricorsi abbiano lo stesso successo. Non è scontato, ma oggi esiste un precedente. Questo da un lato farebbe la gioia degli obbligazionisti che non accettarono l’offerta del 2005, ma dall’altro creerebbe un effetto domino devastante per l’Argentina (e i suoi cittadini) e per tutti gli investitori (italiani inclusi) che nel 2005 accettarono i nuovi titoli argentini. Solo negli Stati Uniti sono pendenti 158 cause legali (tante già chiuse), incluse 18 class action. Tante cause sono in Germania e in Giappone. E poi ci sono i risparmiatori italiani che – con la Task Force Argentina (Tfa) – hanno avviato un ricorso all’Icsid per farsi rimborsare al 100% i vecchi bond (1,3 miliardi di dollari totali). Ebbene: difficilmente Buenos Aires potrebbe far fronte a tutti questi pagamenti.
I risparmiatori italiani
In questo scenario i destini dei risparmiatori italiani sono dunque incerti. Chi ha i nuovi bond (e dunque nel 2005 ha accettato la perdita del 66%) rischia di veder andare nuovamente in fumo i suoi risparmi: questo accadrebbe se Buonos Aires finisse in default. Già ora questi bond sono penalizzati sui mercati. Si pensi che le polizze anti-default dell’Argentina (i cosiddetti cds) ieri quotavano a 4.961 punti base: questo significa che per assicurare 100mila euro di bond argentini contro il crack, bisogna pagare una polizza da 49mila euro. Chi invece ha ancora i vecchi bond, e ha aderito all’iniziativa della Tfa, può sperare che anche l’Icsid decida come il giudice di New York. Le speranze sono oggi maggiori.
Ma non è detto che tutto questo accada. L’Argentina ha già annunciato un nuovo ricorso a New York. E poi alcuni giornali locali ieri sostenevano che Buenos Aires potrebbe cambiare la legge che vieta di pagare i “vecchi” bond: questo aprirebbe la porta a eventuali transazioni con gli hedge fund. La Tfa mette però le mani avanti: «Non è escluso che l’Argentina tenti una nuova offerta – osserva il presidente Nicola Stock –. Ciò non rappresenterebbe un’opzione valida». Insomma: Stock sconsiglia di scendere a patti. La partita è aperta. Ma non scontata.

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