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“Rischiamo default e disastro in Borsa”

«L’America non è una nazione scroccona, non è un parassita che non paga i suoi debiti». Barack Obama affronta duramente la destra repubblicana. Gli presta man forte il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke: «E’ molto, molto importante che il Congresso agisca per evitare l’impasse sul debito, un default sarebbe disastroso». Nel nuovo scontro sulla finanza pubblica, Obama rifiuta il ricatto usando termini aspri. «La destra non otterrà il pagamento di un riscatto minacciando di sfracellare l’economia americana. Non negozierò con qualcuno che punta una pistola alla tempia del popolo americano. Ridurre responsabilmente il deficit pubblico
va bene, ma io non taglio i fondi alla scuola e ai pensionati».
E’ l’ultima conferenza stampa di Obama Uno: il secondo mandato presidenziale avrà inizio lunedì. Obama vuole giocare d’anticipo mentre si avvicina il nuovo “dramma”. Due scadenze si accavallano a fine febbraio e inizio marzo. Per quella data il Tesoro Usa avrà raggiunto il limite di indebitamento (16.400 miliardi di dollari), per legge deve ottenere una nuova autorizzazione dal Congresso prima di emettere nuovi bond. Allo stesso tempo scadranno due mesi dopo l’accordo parziale tra il presidente e il Congresso (votato, dopo gravi lacerazioni, anche da una parte dei repubblicani) sul “precipizio fiscale”. Quell’accordo introdusse a Capodanno nuove tasse sui ricchi, e rinviò di due mesi le decisioni sul fronte della spesa pubblica. I repubblicani, almeno i più intransigenti, vogliono unire i due negoziati. O il presidente accetta tagli di spesa pubblica di eguale entità all’aumento del debito, oppure la Camera (dove i repubblicani sono maggioranza) non autorizzerà il Tesoro a rifinanziarsi sui mercati. Risultato: un default tecnico, con cessazione dei pagamenti di stipendi pubblici e pensioni. «Sarebbe una ferita alla nostra economia – avverte Obama – ci riportebbe nella recessione. E’ assurdo». Tanto più, insiste il presidente, che «l’aumento del debito è la risultante di leggi di spesa che lo stesso Congresso ha già votato». Dunque rifiutare al Tesoro l’accesso ai mercati «è come rifiutarsi di pagare il conto dopo aver consumato ». Obama non accetta nessun legame tra il tetto del debito, e la seconda fase dei negoziati sulla spesa pubblica. Non ci saranno mercanteggiamenti, il voto sul debito deve avvenire punto e basta. Obama sbarra la strada anche alle scorciatoie tecniche, cavilli ingegnosi come l’emissione di una moneta di platino da mille miliardi da depositare presso la banca centrale in cambio di altrettanta creazione di nuova moneta. «Non ci sono trucchi magici, non ci sono scappatoie, non ci sono piani B», dice il presidente. Accusa la destra di «avere una tale diffidenza verso ogni intervento statale da voler tagliare i servizi agli anziani, tagliare gli investimenti nell’istruzione che è il futuro dei nostri figli». Uno scontro analogo ci fu nel 2011 e l’America arrivò sull’orlo del default, beccandosi anche un downgrading del suo rating sovrano. Non deve esserci un bis, dice Obama, «perché la campagna elettorale è alle nostre spalle, e i cittadini si sono pronunciati».

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