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I rischi sottostimati nelle banche del Nord Europa

Più la banca è grande, più capitale deve avere a tutela della sua stabilità. Quasi una tautologia, o meglio, solo una regola empirica di buon senso. Ma la realtà contraddice da sempre questo assunto banale. La tedesca Deutsche Bank ha più o meno lo stesso capitale di base dell’italiana UniCredit che però è due volte più piccola. IntesaSanpaolo e la britannica Lloyds hanno lo stesso patrimonio di base ma Lloyds ha un attivo di bilancio di 800 miliardi di sterline, mentre la banca italiana ha un bilancio totale di soli 670 miliardi di euro.
Si potrebbe continuare all’infinito in questa strana graduatoria dove i colossi dell’investment bank di matrice anglosassone hanno nei forzieri meno capitale delle più piccole banche commerciali del Sud Europa. Un paradosso, figlio di regole scritte a tavolino che pesano i rischi bancari per un buon 80% solo sul rischio più immediato e visibile, quello del credito. Sfuggono da sempre, o meglio sono più impalpabili, gli altri rischi quelli di mercato e quelli operativi. Che non sono meno gravi.
Serve forse ripercorrere la storia recente: la franco-belga Dexia è crollata sotto i colpi di un portafoglio di titoli tossici (svalutati d’incanto) eredità della crisi post-Lehman. La spagnola Bankia è fallita sotto un buco clamoroso di 20 miliardi frutto delle svalutazioni di titoli e crediti. La britannica Royal Bank of Scotland ha cumulato dal 2008 perdite per ben 48 miliardi di sterline. Non sono stati certo i crediti ad aver messo nell’angolo il colosso britannico ma i maxi-accantonamenti per le innumerevoli cause legali e le svalutazioni di titoli cui è incorsa la banca. La storia recente non ha finora aiutato i regolatori a soppesare meglio i veri rischi delle banche. Certo è innegabile quello del credito. Facile e intuitivo da calcolare. Ma tenere la mano leggera e lasciare alla discrezionalità dei modelli interni (dove le grandi banche si autovalutano il rischio) il calcolo dell’impatto dei rischi da trading finanziario e dei rischi operativi e legali ha creato solo distorsioni. Con le banche del Nord Europa che hanno attività pesate per il rischio (Rwa) che sono mediamente al 30% dei bilanci contro un 50-60% delle banche del Sud Europa, costrette ad avere in proporzione molto più capitale da accantonare.
Ma questo film annoso sta per finire. Da tempo il Comitato di Basilea, l’Eba e le altre authority stanno portando avanti le consultazioni per arrivare a un’armonizzazione degli Rwa. Non si sa quando e come entreranno in vigore, ma prima o poi arriveranno e segneranno un impatto non indifferente per il sistema bancario del Nord Europa. Un ponderoso studio degli analisti londinesi di Mediobanca Securities capitanati da Antonio Gugliemi e Andrea Filtri ha provato a documentare l’impatto che avrebbe l’armonizzazione in Europa dei reali rischi bancari. Ebbene, il risultato è pesante. La simulazione calcola che il processo porterebbe a un innalzamento in Europa degli Rwa del 42% sui livelli attuali, di cui due terzi attribuibili ai rischi operativi; il che comporterebbe l’erosione di almeno 4 punti percentuali dei livelli di Cet1 con un fabbisogno di capitale per 348 miliardi di euro per ripristinare i ratio di solvibilità. Uno scenario estremo e gli analisti, consci che i regolatori tenderanno a mitigare l’impatto, hanno prodotto uno scenario “colomba” più morbido con una ricapitalizzazione minima all’8% e un deficit di capitale che si fermerebbe a 148 miliardi. Anche nello scenario “morbido” sarebbero i colossi del Nord a essere toccati. Hsbc avrebbe bisogno di nuovo capitale per 27 miliardi di euro; Barclays per 22 miliardi; Lloyds per 10 miliardi. E poi Deutsche Bank avrebbe deficit per 26 miliardi; la francese Socgen per 16; Bnp per 22 miliardi. Ubs e Credit Suisse per 5 e 8 miliardi rispettivamente.
I rischi di mercato e operativi sono più aleatori che non il rischio palpabile che le banche si assumono erogando credito. Ma questa aleatorietà è diventata un comodo alibi per i banchieri del Nord Europa e i loro sistemi Paese. Salvo scoprire che le prime cinque banche inglesi hanno dovuto subire perdite per oltre 50 miliardi negli ultimi anni solo per gli oneri spesati per i contenziosi legali per le manipolazioni su tassi e cambi o per i prodotti opachi venduti alla clientela. O che alla base del crollo della redditività della Deutsche Bank in questi anni ci sono le perdite “inattese” per gli oneri di litigation, così come il buco recente di Credit Suisse è figlio di svalutazioni di asset. Ci si chiede perché questi eventi siano poi così diversi dai buchi provocati dalle sofferenze sui crediti. In ambedue i casi le perdite impattano sul patrimonio. Però in Europa questi rischi si pesano con forza diversa. Forse è giunto il tempo di creare quel “level playing field”; quel campo da gioco con regole uniformi tanto invocato e tanto disatteso dall’Europa dei due pesi e delle due misure.

Fabio Pavesi

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