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Risalgono gli spread di Italia e Spagna

Mercati alla finestra, ieri. In una seduta con scarsi volumi, e alta volatilità, gli operatori erano in attesa di “buone nuove” dall’Eurogruppo. Un incontro che, almeno fino alla chiusura in Europa, non ha fornito novità. La conseguenza? È presto detto. L’assenza di news ha dato linfa a un’inerzia pessimista che ha spinto all’insù i rendimenti dei titoli di Stato periferici. Il BTp decennale ha archiviato gli scambi con un saggio del 6,1%; quello del corrispettivo Bonos spagnolo è salito al 7,05%. A ben vedere, non si tratta dei valori più alti degli ultimi 30 giorni. E tuttavia, lo yield del 5,6% fissato il 3 luglio scorso dal titolo italiano (il 6,2% per il governativo iberico), appare piuttosto lontano. Insomma, la tensione aumenta.
Fin qui i movimenti dei rendimenti: ma quale la dinamica degli spread? In generale la crescita dei saggi si è tramutata in ulteriore stress per i differenziali. L’impatto, tuttavia, è stato differente tra i diversi debiti pubblici. Lo spread del BTp sul Bund tedesco, infatti, alla fine è salito poco. Certo, durante la giornata è arrivato oltre 480 punti base. In chiusura, però, è atterrato a quota 478 (erano 471 venerdì scorso). Maggiore, invece, il balzo del differenziale in quel di Madrid: qui lo spread è arrivato a 574 basis point, contro i 563 della settimana scorsa. «È chiaro – è stato il leit motiv degli esperti – che gli stop-and-go sui tempi, e le modalità, della ricapitalizzazione delle banche spagnole da parte dell’Esm» hanno innervosito gli investitori. Così, il differenziale è salito. Una crescita, peraltro, su cui hanno pesato i continui acquisti verso l’immarcescibile Bund. Il saggio del decennale tedesco, ieri, si è fermato all’1,33%. A inizio della settimana scorsa era ben più su, a quota 1,55%. «È il segnale inequivocabile – dice Angelo Drusiani, di Albertini Syz – del persistere del “Fly to quality”». Evidentemente, in questo momento, i mercati considerano la «forza politica di Angela Merkel “superiore”, per esempio, a quella degli stessi industriali tedeschi». I quali, al contrario, temono «che il tirare troppo la corda porti, alla fine, al break-up dell’euro». E sì che, invece, non mancano le indicazioni di come risanamento finanziario e ripresa economica possano andare a braccetto. Sono gli stessi rendimenti a dimostrarlo. In che modo? È semplice: basta guardare ai titoli di Stato dell’Irlanda. Ebbene, un po’ su tutte le scadenze ieri i bond di Dublino rendevano meno di quelli spagnoli: dalla duration a 1 anno (4,22% contro 4,6%) fino a quella a 5 anni (5,51% contro 6,52%). Proprio su quest’ultima scadenza, peraltro, il buono irlandese rendeva meno anche di quello italiano: 5,51% a fronte del saggio di 5,6% del BTp quinquennale. «Non bisogna trarre conclusioni generalizzate – dice Sergio Capaldi, esperto obbligazionario di Banca Imi -. E, tuttavia, è chiaro che il mercato sta premiando le coraggiose scelte irlandesi. Da un lato», l’avere puntato sull’austerity; e, dall’altro, non aver ceduto sul fronte della crescita. «In tal senso – riprende Capaldi – ha giovato la scelta, allora contrastata dall’Ue, di non aumentare le tasse e, soprattutto, di non rinunciare agli sgravi fiscali per le imprese». Insomma, è stato “remunerato” quel sottile equilibrio tra rigore finanziario e crescita economica che, in Italia, sembra sempre più difficile. Così come, a detta di Moody’s, sembra più ardua la vita delle banche italiane. Per l’agenzia di rating pesa una scelta della Bce. Cioè, quella di limitare l’uso di bond bancari (con garanzia pubblica) quale collaterale per il rifinanziamento alle aste. Una decsione che «ha effetti negativi» sulla solidità degli istituti di credito stessi. I quali, o riducono il funding; oppure, dovranno trovare altro collaterale. L’indicazione, come di recente spesso accade, non ha avuto grande impatto sui corsi delle banche italiane : molte di esse, al contrario, hanno spinto all’insù Piazza Affari. Per una volta, unica Borsa europea positiva tra i listini d’Occidente.

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