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Risale il «rischio-Italia», vola lo spread

Il fattore «rischio politico» torna a giocare un ruolo da protagonista sui mercati finanziari: un’irruzione in piena regola soprattutto sui listini obbligazionari come non si vedeva dai primi giorni di dicembre che in poche ore ha provocato una pioggia di vendite non soltanto sui titoli di Stato italiani, ma anche e soprattutto sulle obbligazioni spagnole. Non c’è infatti soltanto l’entrata nel vivo della campagna elettorale italiana a inquietare gli investitori, ma anche lo scandalo dei fondi neri del Partito popolare iberico che minaccia il futuro del governo guidato da Mariano Rajoy.
Che i BTp fossero sotto pressione non è peraltro una novità: da un paio di settimane i rendimenti dei titoli decennali, che a metà gennaio sembravano in procinto di scendere sotto la soglia del 4%, avevano ripreso a crescere riportandosi, centesimo dopo centesimo, oltre quota 4,30 per cento. Ieri però i movimenti sono stati molto più marcati (il tasso del BTp a 10 anni si è portato ai massimi del 2013 fino al 4,47%, la distanza nei confronti del Bund è risalita da 266 a 286 punti base), segno evidente che le schermaglie di campagna elettorale del finesettimana hanno convinto gli investitori a trincerarsi dietro un atteggiamento più prudente in vista dell’appuntamento elettorale.
I grattacapi di Rajoy
Il fatto che alla Spagna sia in fondo andata peggio (i rendimenti dei Bonos sono saliti fino al 5,43%, lo spread con la Germania a quota 382) è poco più di una magra consolazione. Anche perché, a differenza di Roma, Madrid deve affrontare una settimana impegnativa sul fronte dei collocamenti (giovedì sono in programma aste di titoli di Stato a 2, 5 e 15 anni per un ammontare fino a 5 miliardi di euro) che aggiunge inevitabilmente ulteriore tensione sul mercato. Il «problema» italiano è invece destinato a protrarsi almeno fino al 25 febbraio, sempre che i risultati delle urne riescano dare una guida certa al Paese e non si risolvano invece nel temuto «pareggio» che tanto spaventa i trader.
Ieri, secondo quanto segnalano in via ufficiosa dalle sale operative, le vendite sarebbero giunte più da mani italiane che dall’estero. «Le banche si stanno alleggerendo, pronte a riacquistare eventualmente i titoli dopo le elezioni», sosteneva più di un trader. L’azione delle banche italiane è rimasta del resto alla base dei movimenti su spread e rendimenti anche in questi ultimi mesi che hanno fatto registrare un ritorno di interesse da oltre confine: sono stati soprattutto i realizzi di fine anno a frenare i BTp a dicembre (mese in cui gli istituti di casa nostra hanno ridotto di oltre 13 miliardi la quota di titoli di Stato in pancia), così come in senso diametralmente opposto sono stati gli acquisti per ricostituire i portafogli a propiziare il rally nelle prime settimane di gennaio.
Banche d’affari sulla difensiva
Dall’estero, però, la situazione viene osservata con molta cura e con una certa apprensione, non soltanto per le vicende politiche. Morgan Stanley, per esempio, si chiede in uno studio appena pubblicato se non sia il caso di tornare a un atteggiamento più difensivo nei confronti dei titoli «periferici»: la banca d’affari paventa il rischio di una riedizione dello scenario degli ultimi due anni, quando a un rialzo di quest’ultimi nei primi mesi dell’anno è seguita poi una sensibile correzione (se non addirittura crollo) nel secondo semestre.
Certo, le mosse adottate dalla Banca centrale europea (Bce) negli ultimi 12 mesi hanno mutato radicalmente lo scenario, allontanando in modo evidente i rischi di una crisi sistemica e l’ipotesi di disgregazione dell’euro, ma questo non significa che ogni problema sia stato risolto. Anzi, sottolinea Morgan Stanley, dal discorso del «faremo tutto il possibile» di Mario Draghi i periferici non sono mai stati così vulnerabili per ragioni che paradossalmente hanno a che vedere con la stessa Bce.
L’atteggiamento più rigido mostrato almeno a parole da Francoforte nel corso della riunione di gennaio, unito al fatto che le banche europee stanno restituendo una fetta di denaro più grande delle attese di quanto preso a prestito nell’operazione Ltro a 3 anni (circa 140 miliardi per il momento) sta infatti innescando una crescita dei tassi a breve e mette così in difficoltà i sistemi bancari dei Paesi più fragili impedendo una ripresa economica. Anche per questo ieri il mercato si è fatto più guardingo ed è tornato ad acquistare Bund (il rendimento del decennale è sceso all’1,61%) come non faceva da settimane: un segnale non proprio incoraggiante.

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