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Ripresa, Squinzi gela Saccomanni «Non attiriamo investitori esteri»

Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, conferma di «vedere la luce in fondo al tunnel», immagina la ripresa in autunno e promette l’accelerazione dei pagamenti dei crediti della P.A. dopo la «mappatura delle cifre che verrà fatta entro settembre». Perché, precisa scherzando ma mica tanto, «come ci sono i falsi invalidi, ci saranno pure i falsi crediti». Ma per il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, pur dicendo di stimare moltissimo il ministro, le cose stanno in modo diverso. «La luce a dire il vero non la vedo ancora, la produzione industriale è ancora molto indietro rispetto a un anno fa — spiega Squinzi — forse a fine anno cominceremo la risalita ma se sarà dello 0,3-0,4% del Pil non ci servirà a niente». E chiede al governo Letta di assumere «azioni forti per arrivare a una crescita del 2%-3%: la soglia giusta per affrontare il problema della disoccupazione».

A parte questa differenza di veduta, diplomaticamente spiegata da Squinzi che ha poi confessato di capire il ministro e di condividere la sua necessità di lanciare un messaggio di fiducia, la «prima» iniziativa di Confindustria dedicata agli investitori esteri in Italia ha visto l’inedita sfilata di ben sei ministri del governo Letta tutti in grande sintonia con il mondo delle imprese, anche se la sala dell’auditorium di viale Astronomia non si può dire fosse stracolma.

Eppure, a sottolineare l’importanza strategica degli investitori esteri, è arrivato anche un messaggio del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per ricordare «quanto siano cruciali per dare uno stimolo innovativo alla ripresa produttiva e all’occupazione». E’ stato il presidente dell’Eni e delegato per gli investitori esteri di Confindustria Giuseppe Recchi, a cifrare in 1.400 miliardi di dollari le risorse finanziare che «ogni anno volano nel mondo in cerca di un luogo dove atterrare». E l’Italia, con tutti i suoi problemi e contraddizioni, ha pur sempre un’economia in grado di esibire «nella manifattura 1.022 nicchie di eccellenza». Ma per fare atterrare da noi anche solo una parte di quel malloppo di dollari, occorrono riforme — sostiene Recchi — in grado di semplificare il rapporto col fisco (avanzata la richiesta di avere uno sportello dedicato presso l’Agenzia delle Entrate) e una certezza di diritto che ci metta al passo con i nostri competitor. I dati e le classifiche internazionali illustrati da Riccardo Monti di Boston Consulting Group sono imbarazzanti e vedono l’Italia troppo distante dai parametri europei. Uno per tutti: da noi un’impresa nuova attende in media 155 giorni per avere l’elettricità (che poi è pure la più cara) contro i 39 della Svizzera e i 79 della Francia.

Le slide scorrono e i ministri parlano. Enrico Giovannini (Lavoro) condivide l’allarme di Angela Merkel contro la disoccupazione giovanile. La Cancelliera ieri ha parlato del rischio di «una generazione perduta», il nostro ministro si sofferma sulla bomba dei 2,2 milioni di Neet, i giovani di 18-29 anni che non studiano e non lavorano: «Se non verrà disinnescata, ci può portare a fondo». Il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, parla delle lobby che impediscono le riforme e il collega allo Sviluppo, Flavio Zanonato, della «vischiosità del sistema Italia che rallenta la ripresa». Emma Bonino (Esteri) mette il dito su una piaga diffusa: «Qua dentro siamo tutti d’accordo sulla bontà degli investimenti stranieri, ma fuori non è così, prevale la diffidenza e il rischio di svendere i nostri gioielli». E allora cosa ci vuole? Per Sandro De Poli, presidente di General Electric Italia, le multinazionali chiedono tempi certi della giustizia e una minor pressione fiscale «perché l’Italia resta un Paese interessante dove vivere e investire».

Mentre gli imprenditori chiedono anche di aprire la borsa oltre i 40 miliardi di euro dei famosi crediti della pubblica amministrazione, il capogruppo Pdl alla Camera, Renato Brunetta e Daniele Capezzone, hanno annunciato i termini di una mozione per far pagare tutti i 40 miliardi nel corso del 2013. Una mossa che ha trovato in serata convergenza anche del Pd per bocca del suo responsabile economico Matteo Colaninno. In serata lo «spesometro» è stato rimandato per la quarta volta: al 21 novembre. La norma che riguarda la tracciabilità delle spese oltre i 3.600 euro doveva entrare in vigore oggi.

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