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Ripresa solo in Usa Borse contente a metà delle parole di Draghi

É possibile avere “crescita in un paese solo”? Riecheggiando il dibattito storico sul socialismo in un solo paese, la versione attuale della domanda rimbalza sui mercati, e nella classe dirigente americana. È il tema del momento, al ritorno di Barack Obama dal G20 in Australia. Dove il presidente americano non ha percepito la benché minima inflessione nell’euro- austerity della Merkel; ha avuto conferma del pesante deterioramento economico in Giappone; e delle frenate che a vario titolo investono i Brics. Perfino la Banca centrale europea sta deludendo le aspettative. Ieri Peter Praet, membro del board della Bce responsabile per l’analisi economica, ha parlato di un “pessimismo sulla crescita” descrivendolo come il male che affligge l’eurozona. Non è un buon segno se i banchieri centrali si mettono a fare gli psicanalisti. Il pessimismo in questione è perfettamente razionale alla luce dei fatti: le politiche di bilancio (fisco e spesa pubblica) sono anti-crescita in tutta l’eurozona. In quanto alla politica monetaria, i mercati cominciano a spazientirsi perché ai ripetuti annunci di Mario Draghi sul “quantitative easing” non seguono i fatti. E le Borse europee, ieri, pur in rialzo, non hanno reagito con entusiasmo. La Bce ha comprato solo 10,5 miliardi di “covered bond”. Per avere un’idea di cosa sia il vero quantitative easing: in America la Fed ha comprato con operazioni di mercato aperto 4.500 miliardi di dollari di bond. Se si aggiunge il fatto che le banche europee stanno restituendo i prestiti alla Bce, la politica monetaria nell’eurozona ha un segno restrittivo, non espansivo.
L’unico spiraglio di luce nella giornata di ieri (oltre a una ripresa dell’indice di fiducia degli investitori in Germania) è venuto dal Giappone. I mercati hanno accolto bene la decisione del premier Shinzo Abe di convocare elezioni anticipate, soprattutto perché questa appare come una manovra per rinviare o cancellare del tutto gli aumenti di tasse; inoltre in caso di vittoria Abe avrebbe un mandato per riforme strutturali che rilancino la crescita. Il Giappone è entrato nella sua quarta recessione in sei anni. È il “modello negativo” a cui sembra ispirarsi l’eurozona, a sua volta sul punto di cadere nella terza recessione dal 2008 (l’Italia c’è già dentro). Con una disoccupazione all’11,5% della forza lavoro, l’eurozona è nella sua crisi più grave dai tempi della Grande Depressione degli anni ‘30. Il premier inglese David Cameron ieri in un articolo su The Guardian ha lanciato l’allarme: «Sei anni dopo il crac finanziario che mise il mondo in ginocchio, si accendono di nuovo i lampeggianti di allarme per l’economia globale. Rischiamo di essere diretti verso un nuovo disastro». L’Inghilterra, peraltro, è una delle rare eccezioni: avendo imi- tato il modello americano di politica monetaria, ha una crescita robusta. Non così Russia, Brasile e Sudafrica, che hanno smesso da tempo di fare le locomotive. La Cina e l’India si salvano, ma comunque in rallentamento rispetto ai ritmi di crescita del decennio scorso.
Wall Street per adesso ha resistito ai venti di panico. Dopo le correzioni al ribasso che c’erano state all’inizio dell’autunno, di recente tutti gli indici azionari americani hanno ripreso a battere record storici. Contribuisce a questi rialzi l’ondata di fusioni e acquisizioni. In un solo giorno, lunedì, a Wall Street sono state annunciate operazioni per più di 100 miliardi. Il record lo detiene l’acquisizione di Allergan (il produttore del Botox) da parte del gigante farmaceutico Actavis per 66 miliardi. Il gruppo petrolifero Halliburton, che a suo tempo fu diretto dall’ex vicepresidente Dick Cheney, ha comprato la concorrente Baker Hughes per 34 miliardi. Dall’inizio dell’anno si è superata la soglia dei 3.000 miliardi di fusioni e acquisizioni. Dietro c’è un ottimismo di fondo sulla solidità della crescita americana, giunta al suo sesto anno consecutivo (e con la creazione di 10,6 milioni di posti di lavoro). E tuttavia non sfugge che il 13% del Pil americano è fatto di esportazioni, e quindi il tracollo dei mercati europeo e giapponese, più il rallentamento degli emergenti, non può che lasciare delle tracce. La “crescita in un paese solo” non è una formula rassicurante per nessuno.
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