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«Ripresa, pesa l’incertezza politica»

Ieri, Mario Draghi ha parlato per l’ultima volta prima della riunione del Consiglio dei Governatori della Bce di giovedì 8 dicembre. Inizia ora una settimana di silenzio dei componenti l’organismo, sulla base delle regole che la Banca centrale europea si è data di recente. La «settimana bianca» sarà però inframmezzata da un momento importante, sul quale sono gli occhi dei politici e degli investitori: il referendum costituzionale italiano di domenica, le reazioni al risultato che ci saranno sui mercati e le misure che eventualmente prenderà l’istituzione di Francoforte per ridurre la volatilità se ci sarà.

Draghi non ha voluto entrare nel merito della vicenda italiana. A una domanda che gli ha posto il quotidiano spagnolo El País durante un’intervista, ha detto di non potere «commentare eventi politici futuri». Ha però aggiunto che «sappiamo di avere un obiettivo che è la stabilità dei prezzi e di avere gli strumenti per raggiungerla. Come possiamo meglio contribuire alla fiducia e alla stabilità? Attraverso la realizzazione del mandato». La Bce continuerà dunque nel programma di acquisti di titoli sui mercati fino a quando l’inflazione non sarà vicina al 2% e in grado di sostenersi a quel livello senza lo stimolo monetario della banca centrale. In questo modo, aiuta indirettamente le situazioni che altrimenti sarebbero di difficoltà (ma questo Draghi non l’ha detto, ieri) e – si suppone sui mercati – può usare una certa flessibilità negli acquisti per tamponare momentaneamente stati di crisi.

Nella stessa intervista a El País, il presidente della Bce ha anche sostenuto che «l’incertezza politica è dominante». Il problema è capire quanto ciò sia destinato a colpire l’economia: per ora, le ricadute di breve termine sono state «più pacate di quanto ci si aspettasse». Interessante: per un banchiere centrale, il passaggio a una fase in cui dominano la politica e la geopolitica, con le loro incertezze, è un cambiamento di stagione repentino che muta lo scenario generale in cui si muove; e che gli rende più difficile influire sugli eventi. In altri termini, le banche centrali non sono più the «only game in town» , il solo protagonista dell’economia, come lo sono state fino a pochissimo tempo fa. Che forse è un bene, ma in ogni caso è una novità.

Ieri Draghi era molto spagnolo e ha tenuto anche una lectio magitralis alla Deusto Business School di Madrid. Ne ha approfittato per sottolineare l’assoluta necessità di riformare le economie europee. Ha notato come la crescita della produttività dell’area euro, ora sotto lo 0,5% annuo, sia troppo bassa: «qualcosa che sarà grandemente importante per la nostra prosperità futura e avrà conseguenze dirette per la conduzione della politica monetaria e di bilancio e per la coesione dell’area euro». Un vero e proprio allarme e un richiamo alla politica perché le riforme strutturali siano messe in testa ai programmi di governo. Se la produzione per lavoratore, la disoccupazione strutturale e la partecipazione al mercato del lavoro resteranno ai livelli di oggi – ha spiegato – «l’invecchiamento della popolazione (e quindi il minor numero di lavoratori, ndr) risulterà in una forte caduta del reddito pro capite»: al 2050, del 14% in Germania, del 16% in Italia, del 22% in Spagna.

Draghi ha sostenuto che non è vero che i bassi tassi d’interesse della Bce disincentivino i governi dal fare le riforme. Spagna e Italia, per esempio, hanno introdotto misure nel mercato del lavoro che stimolano le imprese a crescere di dimensione e ad assumere manodopera. La politica di tassi d’interesse bassi, anzi, «dà supporto ai governi per realizzare le necessarie riforme strutturali». Ciò nonostante, «lo slancio sembra che stia rallentando». Per questo la Bce continua a insistere per riforme «vitali» che «aumentino la produttività e la partecipazione e riducano la disoccupazione strutturale».

Dopo la Spagna, ora si va alla prova del referendum italiano. Anche per la Bce potrebbe essere un test impegnativo.

Danilo Taino

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