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Ripresa e boom di fusioni: pieno di utili per le banche Usa

Tesoro di profitti per le grandi banche americane, che hanno tenuto testa a frenate nel trading sui mercati e potuto far leva oltre che sulla ripresa economica su rilanci di fusioni e acquisizioni globali che nell’ultimo trimestre hanno totalizzato 1.500 miliardi di dollari. JP Morgan, il principale istituto statunitense per asset, ha dato il via ad una stagione dei bilanci della Corporate America che per il periodo aprile-giugno si preannuncia d’oro: ha riportato utili in rialzo del 155% a 11,95 miliardi, pari a 3,78 dollari per azione che hanno battuto nettamente anche le già rosee attese degli analisti di 3,20 dollari. Goldman Sachs non è stata da meno mettendo a segno profitti in forte ascesa a 5,49 miliardi, pari a 15,02 dollari per azione che hanno frantumato previsioni di 10,25 dollari.

Le grandi aziende americane, con picchi in settori quali la finanza, sono attese a impennate dei profitti di almeno il 64% rispetto al secondo trimestre dell’anno scorso, paralizzato dalla crisi da pandemia. Una performance che nutra l’ottimismo viene ritenuta indispensabile dagli investitori per dare fiato a un mercato azionario reduce da molteplici record e che oggi fa i conti con nuove sfide. Le incertezze sul futuro si sono rispecchiate ieri nelle flessioni dei titoli subito dopo l’annuncio dei bilanci. Da inizio anno JP Morgan è in rialzo del 23% e Goldman del 42%.

JP Morgan, per sostenere i profitti, è stata in grado di sbloccare riserve che erano state messe da parte per affrontare eventuali perdite: nei conti degli ultimi tre mesi il “regalo” è stato di tre miliardi, dopo oltre 5 miliardi già smobilitati nei primi tre mesi dell’anno. Un anno prima aveva stanziato 10,5 miliardi in funzione anti-crisi. L’istituto e il suo veterano chief executive Jamie Dimon hanno sottolineato come i clienti della banca, in un segno di ritrovata fiducia nell’economia, stiano aumentando le spese, da prestiti per nuove auto ai mutui .

È un giudizio che però rischia di offuscare le profonde ferite lasciate dalla pandemia, evidenziate da milioni di posti lavoro che tuttora mancano all’appello e da ricchezza e redditi sempre più polarizzati. Un potenziale invito alla prudenza è arrivato dalle stesse entrate della banca: i ricavi sono scivolati di circa l’8% a 30,48 miliardi, pur rimanendo migliori delle previsioni. Sono stati scottati da prevedibili cali nel trading sui mercati, del 28%, dopo le lunghe corse favorite dalla volatilità: le entrate da corporate e investment banking sono scivolate nell’insieme del 19% sotto la pressione di flessioni del 44% nelle contrattazioni di bond. Ma non è stato solo questo: la cruciale attività nei prestiti è in realtà rimasta circoscritta. Anche in assenza di nuovi, imprevisti, shock, clienti aziendali e consumatori prudenti o che hanno adeguate risorse grazie ad aiuti e tassi bassi potrebbero nell’immediato continuare a tenere sotto pressione queste attività.

Per Goldman Sachs, la performance è stata a sua volta trainata dall’investment banking e da commissioni che hanno totalizzato 3,61 miliardi, in rialzo del 36%. I collocamenti azionari hanno portato in dote incrementi del 18%, a 1,24 miliardi. E ancor più hanno fatto i merger, con Goldman coinvolta in grandi operazioni quali la nascita di Warner Bros. Discovery: si sono tradotti in aumenti delle commissioni dell’83%, a 1,26 miliardi. La gestione di asset ha nel frettempo riportato revenue record e più che raddoppiate a 5,13 miliardi. Un andamento sufficiente a compensare i ridimensionamenti del trading, in calo del 32% con l’attività legata a obbligazioni, valute e commodities scivolata del 45%. La trimestrale ha anche mostrato che le revenue della banca guidata da David Solomon sono complessivamente salite del 16% a 15,39 miliardi. La performance di Goldman tra aprile e giugno è svettata ancor più perché nel secondo trimestre 2020 aveva riportato utili per 2,42 miliardi indeboliti da oneri straordinari.

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