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Ripartono gli investimenti delle imprese

Tra i più evidenti segnali di discontinuità dell’ultimo anno il governatore Ignazio Visco segnala la ripresa degli investimenti, con segnali di un’ulteriore espansione nei piani delle imprese. Certo, in rapporto al Pil, si resta «su livelli minimi nel confronto storico» (16,6%), ma lo scorso anno per gli investimenti fissi lordi si è registrato un aumento dello 0,8% dopo il -3,4% del 2014 e il -6,6% del 2013. Per il 2016, si legge nella relazione, le aziende pianificano un’ulteriore espansione del 2% sia nell’industria sia nel terziario. Segnali di miglioramento si ravvisano anche nell’edilizia residenziale. Un effetto leva importante, sottolinea Visco, è arrivato dagli «incentivi fiscali temporanei in vigore dalla fine del 2015», che potrebbero innalzare l’investimento in capitale produttivo di 2,5 punti percentuali nel biennio 2016-2017. Il riferimento è ai superammortamenti al 140%, che scadranno a fine anno e che il governo intenderebbe rinnovare con la prossima legge di stabilità. Circa un quarto delle imprese intervistate nell’indagine Invind di Banca d’Italia, soprattutto tra quelle manifatturiere più innovative, segnala un impatto positivo di questo incentivo.
La produttività
Anche la produzione industriale ha ripreso a crescere nel 2015, per la prima volta dalla crisi dei debiti sovrani, ma è ancora inferiore di oltre 20 punti rispetto al primo trimestre del 2008. «Una ripresa con andamenti fortemente eterogenei tra settori e imprese» sottolinea Visco.
Il valore aggiunto nel complesso dell’economia italiana è aumentato dello 0,6%, sospinto dal +1,5% per la manifattura. La diversità di passo si è registrata anche per la produttività oraria del lavoro. Nel complesso dell’economia italiana, questa grandezza ha mostrato un ulteriore lieve calo (-0,3% dopo -0,2% nel 2014), ma mentre i servizi sono arretrati dello 0,6% la manifattura ha accelerato dell’1,4%.
Le dimensioni di impresa
Più in generale, Banca d’Italia ribadisce l’esistenza di un limite costitutivo del nostro sistema. Nel confronto con gli altri principali Paesi, in termini di produttività l’Italia paga lo sbilanciamento verso le piccole e piccolissime imprese. «La produttività delle imprese italiane con almeno 250 addetti è più del doppio di quella delle aziende con meno di 10 addetti; tale divario è solo del 48% in Germania». Per contro, le aziende italiane di media dimensione (50-249 addetti), tra il 2007 e il 2013 hanno registrato incrementi maggiori di quelli osservati in Germania.
Nelle esportazioni un’ulteriore conferma: le grandi e medie imprese lo scorso anno hanno realizzato all’estero circa la metà del rispettivo fatturato; per le piccole la quota, pur in aumento, si è collocata intorno al 35%. Anche il calo delle cessazioni, lo scorso anno, è stato più evidente tra le aziende di media dimensione, più pronte a cogliere la ripresa ciclica. In sintesi, dice Visco, «l’alta incidenza delle aziende di piccola dimensione resta un elemento di debolezza». E la dinamica dell’export è un valido riscontro, perché «dall’inizio dello scorso decennio le esportazioni delle imprese con meno di 50 addetti non sono più riuscite a tenere il passo di quelle delle aziende maggiori».
Favorire il cambio di passo
Il nuovo paradigma imprenditoriale – è il filo conduttore – deve essere più orientato alla crescita dimensionale e alla capacità di innovazione (si veda altro articolo in pagina). Le potenzialità sono evidenti, dice Visco citando gli andamenti positivi di molte imprese sui mercati internazionali e le non poche aziende che «utilizzano nuove tecnologie, anche nei comparti tradizionali». Ad accompagnare questa trasformazione – sottolinea il Governatore – dovrà essere la rimozione degli ostacoli all’attività d’impresa derivanti dai fenomeni di illegalità, da inefficienze delle amministrazioni pubbliche e della giustizia civile, da limitazioni alla concorrenza, disponibilità e incentivi insufficienti per gli investimenti nell’innovazione, nella ricerca e nel capitale umano.

Carmine Fotina

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