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Ripartono gli affari: dai fondi soldi per 300 aziende

C hi si rivede, i privati che portano le aziende in Borsa. Con il debutto di Moncler, atteso per lunedì 16 (salvo sorprese), i fondi di private equity (nel caso l’americano Carlyle, il francese Eurazeo, gli italiani Progressio e Mittel) tornano a quotare le aziende in cui hanno investito. È un segnale di ripartenza per questi investitori, il cui mestiere è iniettare capitale nelle imprese per farle crescere e poi uscirne, guadagnandoci? Forse sì.
Nel 2011 e nel 2012 solo il 6% (a volume) dei disinvestimenti dei fondi di private equity è avvenuto portando matricole in Borsa (Ipo o vendite post-Ipo). Nel primo semestre di quest’anno la quota è triplicata al 18%. Inoltre stanno crescendo anche gli investimenti. Al 30 giugno scorso i fondi in Italia avevano ancora un tesoretto ibernato di 8,7 miliardi da impiegare.
Entrate e uscite
«Effettivamente c’è una ripresa — dice Anna Gervasoni, direttore generale dell’Aifi, l’associazione del private equity in Italia —. Se la tendenza del primo semestre si conferma, prevediamo di chiudere l’anno con investimenti in più di 300 imprese, per un valore di 3-3,5 miliardi». È un passo avanti rispetto ai 3,230 miliardi di investimenti dell’anno scorso e al picco negativo dei 2,461 miliardi del 2010. Fra le maggiori operazioni, oltre al gigante Ansaldo Energia (ancora da chiudere), anche Marelli Motori e Via delle Perle, CellularLine e Rhiag, Engineering e Doc Generici.
Quanto ai disinvestimenti, nel primo semestre valevano 1,106 miliardi, quasi come l’intero 2012 (1,57 miliardi). Otto volte i 141 milioni del gennaio-giugno 2012. Fra le cessioni del secondo semestre, oltre a Moncler, c’è Avio.
Quindi: da un lato, i fondi riescono a uscire dalle aziende partecipate, segno che trovano un buon compratore (o confidano in mercati azionari favorevoli). Dall’altro, ricominciano a immettere soldi nell’economia. Segno che, se si escludono speculazioni, vedono opportunità di sviluppo.
Merito anche dell’attivismo di Stato, certo: cioè dei due strumenti della Cassa Depositi e Prestiti, il Fondo strategico italiano (Fsi, 2,5 miliardi impegnati su quattro in dotazione) e il Fondo italiano d’investimento (17 veicoli d’investimento partecipati e 32 Pmi in portafoglio, dati a ottobre). Vale 770 milioni la sola Ansaldo Energia, per dire, in cessione da First Capital a Fsi. E nel primo semestre, su 1.173 società dei fondi, quasi una su tre (il 31%) era di operatori pubblici. Ma il dato di fatto è che il mercato dei capitali per l’industria si sta scongelando. Finora l’Italia è stata in coda all’Europa: nel 2012 era dello 0,078% l’incidenza degli investimenti di private equity sul Pil, contro un media di 0,26% (dati Evca) . «Da tre anni non si disinvestiva, il sistema era bloccato — dice Gervasoni —. Ora si riattiva il circuito. La raccolta resta difficile, ma c’è più fiducia nell’Italia. Molti degli investitori sono fondi stranieri che finora erano rimasti alla finestra. Perciò è stata importante la missione a Washington del ministro Saccomanni la scorsa settimana».
La leva dei bond
Lo sblocco dei prestiti obbligazionari è l’altro motore della ripartenza. Chiusi i rubinetti delle banche per acquisire le aziende a debito, infatti, i fondi ora scoprono questo finanziamento parallelo. Un po’ di capitale lo mettono loro, un po’ i sottoscrittori delle obbligazioni emesse dall’azienda acquisita. «Le operazioni medio-grandi sono state favorite dalle condizioni favorevoli del mercato dei corporate bond — dice Eugenio Morpurgo, amministratore delegato di Fineurop Soditic che ha assistito Apax nell’acquisizione di Rhiag dal fondo Alpha — . Il 2014 è ancora incerto, l’importante è che continui la finestra favorevole sul mercato del debito e non ci siano scossoni finanziari e politici». All’arrivo di Apax, Rhiag aveva cancellato un prestito obbligazionario di 350 milioni. Ne ha riacceso uno maggiore subi to dopo.

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