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Ripartire dal bello: la moda italiana vale il 4% del Pil

MILANO
Non è un divertissement, ma un’industria solida che cresce, crea posti di lavoro e rappresenta una parte importante dell’economia italiana. «Da un indagine su 143 aziende tricolori della moda che generano oltre 100 milioni di ricavi- spiega Nadia Portioni dell’ufficio studi Rs di Mediobanca – nel 2014 il fatturato di questi gruppi rappresenta il 3,8% del Pil». Un’incidenza che è destinata ad aumentare nel 2015 e nel 2016, perché mentre la moda, in particolare quella di alta gamma, cresce, il Pil tricolore langue. Nel 2015, secondo le proiezioni preliminari di Altagamma e Bain, il fatturato delle imprese italiane del lusso è arrivato a 57,5 miliardi, il 13% in più del 2014, anche grazie anche all’effetto favorevole dei cambi. Morale, l’Italia da sola realizza il 23% di gioielli, vestiti, borse e beni di alta gamma venduti nel mondo, una torta globale da 253 miliardi.
«Non solo siamo il Paese più bello al mondo – spiega Laudomia Pucci, vice presidente di Altagamma – ma siamo anche leader mondiale della produzione di manifatture di alta gamma. Un valore che va protetto investendo nei giovani, nella sostenibilità: un lavoro che imprenditori, aziende e settore pubblico devono fare insieme». Il riferimento va alle istituzioni, che se tanto hanno fatto per altre industrie, molto meno hanno sostenuto quella della moda, come invece succede in Francia.
Eppure, secondo Mediobanca, il made in Italy è la migliore manifattura nostrana. «Le aziende della moda battono gli altri settori per quattro a zero: ossia per crescita, redditività, liquidità e solidità – aggiunge Portioni -. Numeri alla mano, se nel 2014 la manifattura ha registrato un fatturato in calo dello 0,8%, le aziende della moda hanno vantato un progresso medio del 5,8%». Analizzando il periodo 2010-2014 il fatturato è salito del 27,7% a 58 miliardi, mente quello del comparto manifatturiero del 16,3%. Questo anche grazie alle esportazioni: le vendite all’estero, che nel 2010 rappresentavano in media la metà dei ricavi, sono salite al 60,1% nel 2014. Un successo che si è tradotto in nuovi posti di lavoro: i dipendenti delle 143 aziende della moda sopra i 100 milioni sono aumentati del 22,7%, a quota 316mila (di cui quelli delle 15 maggiori griffe sono 176 mila, +34,2% sul 2010) mentre quelli delle altre società manifatturiere quotate in Borsa “solo” del 14%.
«In Otb abbiamo 7.500 persone a libro paga – racconta Renzo Rosso, presidente e fondatore della holding che controlla marchi come Diesel e Marni – ma se tengo conto dell’indotto che lavora per noi tra stoffe, bottoni, stirerie, fasonisti, e di tutti i servizi per viaggi, ristoranti, alberghi arriviamo a quota 200 mila». Peraltro questa è un’industria sana, che non solo non chiede incentivi e non ha debiti, ma al contrario genera cassa: il dato aggregato a fine 2014 delle 143 maggiori aziende della moda registra 8,8 miliardi di euro di liquidità, dove Max Mara (904 milioni) e Armani (561 milioni) sono le più ricche. «Sono felice che il premier Renzi (che mercoledì ha inaugurato la fashion week di Milano, ndr) e il suo governo si siano accorti dell’importanza di questo settore e si siano detti interessati a dare risposte veloci a quest’industria affascinante – conclude Rosso perché oltre ai vestiti, con la moda si attirano i turisti, si genera business. E devo dire che c’è stato un cambio di passo anche grazie alla nuova Camera della moda che è rappresentata, oltre dal sottoscritto, da imprenditori come Bertelli, Capasa e Zegna».
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