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Rinuncia all’eredità, fisco ko

Nessun obbligo fiscale per il contribuente che ha rinunciato all’eredità. Nemmeno se risulta fra gli eredi successibili ex lege o abbia presentato la dichiarazione di successione. Tale adempimento di natura prettamente tributaria non costituisce infatti accettazione dell’eredità. È quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la recente ordinanza n. 21006 del 22 luglio scorso.

Secondo i giudici della suprema corte infatti, sulla scorta anche di quanto già deciso dalla Cassazione nella sentenza n.15871 del 2020, può ribadirsi il principio secondo cui «Il chiamato all’eredità, che abbia ad essa validamente rinunciato, non risponde dei debiti tributari del de cuius, neppure per il periodo intercorrente tra l’apertura della successione e la rinuncia, neanche se risulti tra i successibili ex lege o abbia presentato la dichiarazione di successione (che non costituisce accettazione), in quanto, avendo la rinuncia effetto retroattivo ex articolo 521 c.c., egli è considerato come mai chiamato alla successione e non deve più essere annoverato tra i successibili».

Con l’ordinanza in commento i giudici della quinta sezione della Corte di Cassazione hanno respinto il ricorso dell’Agenzia delle entrate, secondo la quale, la rinuncia all’eredità non poteva essergli opposta ai fini fiscali perché non ancora decorso il termine di prescrizione di 10 anni previsto per la revoca della rinuncia stessa. Sulla base di tale presupposto l’ufficio aveva infatti notificato al contribuente un avviso di accertamento per il recupero di IRES, IRAP e IVA riferito alla società di proprietà del de cuius.

Nei confronti di tale atto il contribuente aveva proposto ricorso presso la Commissione Tributaria Provinciale che lo aveva però rigettato. Le doglianze del contribuente erano state invece accolte dalla Commissione Tributaria Regionale che, riformando la decisione della provinciale aveva evidenziato l’intervenuta rinuncia all’eredità dell’appellante, non preclusa dalla presentazione della dichiarazione di successione, da cui ne conseguiva l’impossibilità di considerare lo stesso come erede del titolare dell’attività oggetto di accertamento dell’ufficio.

Contrariamente a quanto sostenuto dalle Entrate nel ricorso per Cassazione, si legge nella parte motiva dell’ordinanza in commento, il chiamato all’eredità, che non abbia accettato e che vi rinunci, non può essere considerato in alcun modo titolare della soggettività passiva rispetto ai debiti del de cuius, neanche in ambito tributario (non è affatto casuale che il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 65, comma 1, individui proprio gli eredi del contribuente quali i soggetti tenuti in solido al pagamento delle imposte gravanti sullo stesso de cuius), giacchè il fisco, alla stregua di qualsiasi creditore, ben può utilizzare gli strumenti offerti dal codice civile a tutela della relativa posizione, come ad esempio l’impugnazione della rinuncia (art. 524 c.c.), ovvero la richiesta di nomina di un curatore dell’eredità giacente (art. 528 c.c.), al quale validamente notificare l’avviso di accertamento, onde evitare di incorrere nella relativa decadenza per intempestività, pericolo palesato dall’Agenzia a sostegno della correttezza della propria tesi, ma all’evidenza insussistente.

La decisione in oggetto è di sicuro interesse. Con essa i giudici della suprema corte intendono ribadire il principio secondo il quale, il chiamato all’eredità che rinunci alla stessa, non può essere in alcun modo chiamato a rispondere dei debiti del cuius. In tale contesto nemmeno la presentazione della dichiarazione di successione può essere considerata quale manifestazione della volontà di accettare l’eredità o di voler revocare la rinuncia alla stessa.

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