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Rinuncia ai crediti, nodo sui termini

Opportuna una norma per bloccare l’applicazione del Dlgs 147 ai piani omologati entro il 2015
L’articolo 13 del Dlgs 147/2015 (il cosiddetto decreto internazionalizzazione) ha modificato in modo rilevante la disciplina delle sopravvenienze attive derivanti da operazioni tra soci e società disciplinate dall’articolo 88 del Tuir.
In sintesi, sono stati introdotti due rilevanti principi: quello secondo cui il consolidamento di crediti nel patrimonio netto del debitore, per rinunzia al credito, costituisce apporto di capitale (neutro ai fini impositivi) per la sola parte che corrisponde al valore fiscalmente riconosciuto del credito e l’estensione di questo principio anche al caso in cui il credito svalutato sia oggetto di conversione in partecipazioni (sia azioni che quote e strumenti finanziari assimilati alle partecipazioni).
La ratio alla base di questo intervento normativo è molto chiara e, in linea di principio, condivisibile in quanto va a colpire quelle operazioni che comportavano dei salti d’imposta, in particolare la deducibilità della perdita su crediti e la non tassazione della sopravvenienza attiva nelle operazioni di ricapitalizzazione delle società da parte dei soci, mediante utilizzo del credito svalutato. Nel caso in cui le operazioni siano realizzate nell’ambito di piani di ristrutturazione del debito, l’articolo 88, comma 4-ter del Tuir prevede una limitazione degli effetti di questa disposizione; in particolare la sopravvenienza attiva che si genera, a seguito di queste modifiche normative, presso il debitore in difficoltà e in presenza di concordati di risanamento, accordi di ristrutturazione del debito omologati ex articolo 182-bis della legge fallimentare, ovvero di piani attestati ex articolo 67 non sono tassate per la parte che eccede le perdite fiscali pregresse e di periodo e gli interessi passivi non dedotti in precedenti esercizi.
L’entrata in vigore delle nuove disposizioni per le società con esercizio ad anno solare, è il 2016 e non è stato previsto nessun regime transitorio. Questa scelta del legislatore può comportare rilevanti problemi proprio alle numerose società che sono state oggetto di procedure ex articolo 182-bis omologate dai Tribunali competenti prima dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni. Infatti, negli accordi di ristrutturazione del debito molto spesso è prevista la possibilità da parte della società in difficoltà, di emettere degli strumenti finanziari partecipativi nel corso degli anni successivi alla procedura e a determinate condizioni, da sottoscriversi mediante conversione di crediti finanziari da parte degli istituti bancari aderenti all’accordo.
Negli accordi omologati prima del 2016, sulla base delle disposizioni vigenti al momento della loro predisposizione, non poteva certo prevedersi la decurtazione delle perdite fiscali e degli interessi passivi riportabili nel momento della futura conversione di crediti finanziari in partecipazioni o in strumenti finanziari partecipativi con caratteristiche equiparabili alle azioni. Perciò, poiché gli istituti finanziari, in quanto Ias adopter, al momento dell’omologa del piano, sono costretti a svalutare il credito sulla base del principio dal fair value, al momento della conversione del credito in azioni o in strumenti equiparabili (derecognition: articolo 106, comma 3, del Tuir), sulla base delle nuove disposizioni, dovranno comunicare il valore fiscale del credito convertito e la società in procedura si vedrà conseguentemente ridurre il tax asset per un ammontare pari alla svalutazione dedotta dal creditore. Questa circostanza andrebbe a incidere sulle valutazioni finanziarie contenute nei piani già omologati decretando quindi un effetto retroattivo delle nuove disposizioni. Per ovviare a questo problema basterebbe un intervento normativo che chiarisse come le nuove disposizioni non si applicano alle rinunce o alle conversioni di crediti contenuti in piani omologati entro il 31 dicembre 2015.

Fabrizio Cavalli

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