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Rincari continui per le «tasse» sui processi

Non si ferma l’aumento del contributo unificato, la “tassa” da pagare per iniziare i processi. Dallo scorso 25 giugno – con il decreto sulla pubblica amministrazione (Dl 90/2014) – è infatti arrivato l’ultimo ritocco, l’ottavo in dieci anni. Una correzione che ha fatto salire gli importi in media del 15 per cento. Ma, rispetto ai valori di dieci anni fa, oggi l’accesso alla giustizia può diventare più caro anche del 700 per cento.
L’applicazione
Per misurare l’aumento, si può partire da una delle cause che più di frequente approda nelle aule giudiziarie, vale a dire la domanda di risarcimento fatta dalla vittima di un incidente stradale. Prendiamo il caso di un sinistro grave, con una richiesta di danni per 120mila euro. Dieci anni fa, per presentare la domanda in tribunale, era necessario pagare un contributo unificato di 414 euro. La stessa “tassa” oggi è di 759 euro, oltre l’80% in più.
E la differenza cresce nei gradi successivi di giudizio. Dieci anni fa, infatti, il contributo unificato per ricorrere in appello e in Cassazione contro la decisione del tribunale era sempre di 414 euro. Dal 25 giugno, invece, bisogna pagare 1.138,50 euro in appello, il 175% in più. E 1.718 euro in Cassazione, più di quattro volte tanto.
Il conto sale ancora se l’impugnazione viene respinta per intero o se è dichiarata inammissibile o improcedibile: in questi casi, oggi si arriva a pagare 2.277 euro per l’appello e 3.236 euro in Cassazione, cioè, rispettivamente, il 450% e il 680% in più rispetto a dieci anni fa.
Si tratta di un divario notevole, risultato delle modifiche continue introdotte a partire dal 2004.
Aumenti a catena
Previsto dalla legge 488 del 1999, il contributo unificato ha debuttato, dopo alcune proroghe, il 1° marzo del 2002. In pratica, è un importo a forfait, da pagare all’inizio della causa, che sostituisce le tasse e i bolli richiesti in passato in diverse fasi del processo. La somma da versare è collegata, in genere, al valore del procedimento, anche se per alcuni giudizi è stabilito un importo fisso.
I primi aumenti alla “tassa” unica sono arrivati a fine 2004, con la Finanziaria in vigore dal 1° gennaio del 2005. Negli anni successivi sono stati introdotti a più riprese rincari generalizzati agli importi. E, parallelamente, il contributo unificato è stato esteso al processo amministrativo (dal 2006) e a quello tributario (dal 2011) ed è stato introdotto per cause che prima erano esenti: come i ricorsi contro le sanzioni amministrative, a partire dalle contravvenzioni per le violazioni al Codice della strada (dal 2010), le cause di lavoro, le separazioni e i divorzi (dal 2011).
Negli ultimi anni, inoltre, il contributo unificato è stato “appesantito” per le impugnazioni. La legge di stabilità del 2011, infatti, l’ha rincarato della metà per gli appelli e l’ha raddoppiato per i ricorsi in Cassazione. Ancora, dal 2013, sono diventate più costose le impugnazioni che non vanno a buon fine: se la domanda è respinta per intero o è dichiarata inammissibile o improcedibile, chi l’ha proposta deve versare un contributo unificato doppio.
Le altre tasse
Senza contare che il contributo non ha del tutto «unificato» le tasse processuali. Ad esempio, dal 2010 per i ricorsi in Cassazione, oltre al contributo, occorre versare anche l’imposta fissa di registrazione dei provvedimenti giudiziari, che ammonta a 200 euro. E poi ci sono le anticipazioni forfettarie (per le indennità di trasferta e le spese di notifica) che i cittadini devono fare all’Erario nel processo civile. Si tratta della vecchia “marca da 8 euro”, che dal 1° gennaio scorso è stata più che triplicata passando a 27 euro.
La prospettiva
Alla processione degli aumenti si è affacciata però anche qualche riduzione. L’ultimo aumento del contributo unificato è stato infatti introdotto dal Dl 90/2014 per finanziare gli incentivi all’utilizzo degli strumenti telematici. Così, dal 25 giugno scorso è scomparso il diritto di copia se questa viene estratta in formato digitale anziché cartaceo. Ed è sparita anche l’imposta di bollo per chi notifica gli atti online.
Questi “sconti”, però, aprono la porta anche a futuri rincari. Il Dl 90, infatti, incarica il ministero della Giustizia di monitorare il calo delle entrate: se questo supererà le previsioni, il ministero potrà aumentare il contributo unificato per ripianare i conti. Si tratta di un meccanismo che non convince l’ufficio studi della Camera: di fatto, si legge nel dossier di commento al Dl 90, la materia viene “delegificata”, cioè affidata a un atto ministeriale, senza che sia introdotto un tetto all’aumento. Resta da vedere, quindi, se il via libera ai futuri ritocchi supererà l’esame del Parlamento.

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