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Rimborso Iva con più garanzie

di Renato Portale

Viene leso il principio comunitario di effettività, se il termine biennale di decadenza per il rimborso Iva in forma cosiddetta anomala non consente, in assoluto, a un contribuente di poter chiedere all'ufficio la restituzione dell'imposta che egli ha versato all'erario ma che ha dovuto al contempo restituire ad un suo cliente, a seguito di un'azione civile esperita nei suoi confronti da quest'ultimo nei dieci anni successivi. L'amministrazione finanziaria, pertanto, deve rimuovere il suo rifiuto e consentire al contribuente di ottenere la restituzione dell'Iva, affinché non resti inciso dall'imposta.
Questo il principio che viene espresso dalla Corte di giustizia comunitaria nella sentenza pubblicata ieri, relativa al procedimento C-427/10 instaurato dalla Corte di Cassazione.
Secondo i giudici di Lussemburgo è possibile agire per la ripetizione dell'indebito dinanzi a organi giurisdizionali diversi e con termini differenti a seconda che si tratti del committente (che ha 10 anni di tempo per ricorrere alla giustizia civile contro il prestatore per ottenere la restituzione dell'Iva indebitamente a lui versata) oppure del prestatore di servizi (che ha due anni di tempo per ricorrere alla giustizia tributaria contro l'Amministrazione finanziaria per la restituzione dell'imposta da lui indebitamente versata).
Nel caso affrontato dalla Corte Ue, negli anni 1984-1994 una banca italiana forniva servizi sotto forma di riscossione di contributi consortili dovuti dagli associati per conto di tre consorzi di bonifica. I compensi erano stati assoggettati ad Iva. La banca aveva addebitato l'imposta a titolo di rivalsa ai consorzi e l'aveva regolarmente versata all'amministrazione finanziaria, poiché all'epoca questa riteneva che l'attività di riscossione dei contributi consortili non rientrasse nell'ambito dell'esenzione di cui all'articolo 10, n. 5, del Dpr 633/72. Con la circolare 52/1999, però, l'amministrazione finanziaria comunicava di aver cambiato l'originaria interpretazione, ritenendo che i contributi consortili avessero natura tributaria e che, conseguentemente, i compensi dovuti dai consorzi per i servizi di riscossione dovessero essere considerati esenti da Iva. I consorzi di bonifica chiedevano, quindi, alla banca la restituzione, a titolo d'indebito oggettivo ai sensi dell'articolo 2033 del codice civile, di quanto pagato per l'Iva sui compensi e il Tribunale civile di Ferrara condannava la banca a rimborsare detti importi ai consorzi. Dal canto suo, la banca presentava all'amministrazione finanziaria delle domande di rimborso cosiddetto anomalo corrispondente alle somme che le erano state richieste dai committenti dei suoi servizi. A fronte del silenzio-rifiuto oppostole, la Banca proponeva ricorso davanti ai giudici. Arrivata la vicenda in Cassazione, questa decideva di sospendere il giudizio sottoponendo alla Corte di giustizia due domande pregiudiziali in ordine ai principi di effettività, di non discriminazione e di neutralità fiscale:
– se una normativa nazionale può prevede la possibilità di agire per la ripetizione dell'indebito dinanzi a organi giurisdizionali diversi, con termini differenti, a seconda che si tratti del committente oppure del prestatore di servizi;

– se il committente di servizi può chiedere il rimborso del'imposta al prestatore dopo che per quest'ultimo è spirato il termine per agire nei confronti dell'amministrazione finanziaria.
La Corte ha risposto solo alla prima questione ritenendo assorbita la seconda. Per i giudici possono coesistere due termini prescrizionali diversi (10 anni per l'azione civilistica e 2 anni per quella tributaria) però il principio di effettività non è soddisfatto qualora il prestatore venga privato completamente del diritto di ottenere dall'amministrazione finanziaria il rimborso dell'Iva non dovuta che egli stesso ha dovuto rimborsare al committente dei suoi servizi.

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