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Rimborso Iva, addio alle liti

L’Agenzia delle entrate riconosce il diritto al rimborso dell’Iva ai contribuenti che, pur non avendo presentato l’apposito modello VR, abbiano presentato la richiesta entro il termine di prescrizione decennale; in considerazione del consolidamento in tal senso della giurisprudenza della Corte di cassazione, l’amministrazione abbandona dunque la tesi del termine di decadenza biennale.

Lo ha reso noto ieri il sottosegretario all’economia Zanetti, in risposta a un’interrogazione di Giulio Sottanelli (capogruppo di Scelta civica) in commissione finanze della camera. Una buona notizia, dunque, per i molti contribuenti «distratti» che, pur avendo evidenziato il credito Iva rimborsabile, soprattutto nell’ultima dichiarazione per cessata attività, non avevano azionato la procedura di rimborso attraverso la presentazione del rituale modello VR, salvo poi sollecitare all’ufficio finanziario la restituzione del credito presentando un’istanza di rimborso «anomala». La questione, oramai superata dall’abrogazione del modello VR e dal ripristino della richiesta di rimborso all’interno della dichiarazione annuale, ha dato origine a un consistente contenzioso circa l’assoggettamento dell’istanza di rimborso «anomala» al termine di prescrizione decennale ai sensi del codice civile, oppure alla decadenza biennale prevista, in via residuale, dall’art. 21 del dlgs n. 546/92. La Corte di cassazione, come ricorda l’esponente del governo, ha tenuto un atteggiamento altalenante, che ha fatto sfumare il credito Iva dei moltissimi sfortunati contribuenti incappati nell’orientamento a loro sfavorevole. Per i casi ancora aperti, dunque, preso atto dell’evoluzione giurisprudenziale della Corte suprema verso la tesi della prescrizione ordinaria, l’Agenzia fa sapere che si adeguerà e riconoscerà il diritto al rimborso richiesto entro il termine decennale, subordinatamente alla dimostrazione, da parte del contribuente, della sussistenza dei relativi presupposti.

Immobili abitativi costruiti da società di leasing. Fumata nera, invece, per le società di leasing che acquistano terreni edificabili per costruirvi immobili abitativi, oppure acquistano fabbricati abitativi in corso di costruzione per ultimarli. L’interrogazione parlamentare mirava a sapere se in tale fattispecie potesse riconoscersi alle società il diritto alla detrazione dell’Iva sui costi di costruzione. Il dubbio si ricollega alla disposizione dell’art. 19-bis1, lett. i), del dpr n. 633/72, che dichiara indetraibile l’imposta relativa all’acquisto di fabbricati o porzioni di fabbricato a destinazione abitativa, nonché quella relativa alla locazione, manutenzione, recupero e gestione degli stessi, salvo che per le imprese aventi per oggetto esclusivo o principale dell’attività esercitata la costruzione di detti fabbricati. Al riguardo, il governo, sentita l’amministrazione finanziaria, ha osservato che la nozione di impresa costruttrice assunta dalla citata disposizione non coincide con quella dell’art. 10 del dpr n. 633/72. Mentre infatti per quest’ultima disposizione si considera impresa costruttrice, secondo la prassi consolidata, il soggetto titolare del provvedimento amministrativo in base al quale viene realizzato il fabbricato, anche se esercente solo in via occasionale l’attività di costruzione, ai fini dell’art. 19-bis1, per escludere il divieto di detrazione ivi previsto, è necessario che la costruzione di fabbricati abitativi rappresenti l’attività esclusiva o prevalente. Di conseguenza, la società di leasing non può recuperare l’Iva assolta per la costruzione o il ripristino di fabbricati abitativi. Tuttavia, precisa la risposta, la preclusione oggettiva in esame non è applicabile, come previsto dalla norma, all’impresa che concede in locazione il fabbricato abitativo in regime di esenzione dall’imposta, dovendo in tal caso l’imposta detraibile determinarsi con il meccanismo del prorata. In proposito, si deve osservare che la risposta, oltre che insoddisfacente sul piano dei principi generali, come conferma il governo precisando che «sono in corso gli approfondimenti tecnici opportuni tesi a rivedere la disciplina concernente l’ipotesi di indetrabilità oggettiva in modo tale da renderla maggiormente conforme al principio della neutralità» dell’Iva, suscita perplessità anche sotto altro profilo. Il divieto di detrazione previsto dalla disposizione in esame, infatti, non riguarda la «costruzione» di fabbricati abitativi, sicché si potrebbe già ora affermare una soluzione diversa e più coerente sia con i principi generali, sia con la prevista imponibilità obbligatoria delle cessioni di fabbricati abitativi poste in essere, entro cinque anni dal termine dei lavori, dalle imprese che li hanno costruiti.

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