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Rimborsi più certi

Il termine di decadenza per chiedere il rimborso di quanto pagato in base a una norma poi dichiarata illegittima dalla Corte di giustizia Ue decorre dalla pronuncia dei giudici comunitari. Viceversa, far scattare il conteggio dalla data del versamento violerebbe il principio di affidamento, ai danni del contribuente che si è «fidato» dell’interpretazione del fisco. Ad affermarlo è la Ctr Toscana con la sentenza n. 234/1/12, che rigetta l’appello dell’Agenzia delle entrate di Arezzo contro il verdetto di primo grado. Il caso verteva su un contribuente che aveva chiesto il rimborso della metà delle ritenute Irpef subite nel 2001 sull’incentivo all’esodo. Al momento della risoluzione del rapporto di lavoro il soggetto aveva più di 50 anni, ma meno di 55. Il Tuir, nel testo vigente fino al 3 luglio 2006, prevedeva una tassazione dimezzata sulla buonuscita, applicabile agli uomini che al momento dell’esodo avessero compiuto 55 anni e alle donne che ne avessero compiuti 50. La norma è stata bocciata dai giudici comunitari, in quanto discriminatoria, già nel luglio 2005. Tuttavia l’Agenzia delle entrate aveva ritenuto la decisione non immediatamente esecutiva. E, con la risoluzione n. 12/E del 2006, aveva sostenuto «l’inidoneità della pronuncia a esplicare efficacia vincolante per i giudici nazionali». Orientamento che ha trovato pure la conferma di parte della giurisprudenza di merito. A seguito di un ulteriore interpello avanzato dalla Ctp di Latina, però, con ordinanza del 16 gennaio 2008 la Corte Ue ha ribadito l’incompatibilità della legge italiana con il diritto comunitario, prevedendo la disapplicazione della norma discriminatoria. A fronte di quest’ultima decisione, l’Agenzia delle entrate ha fatto marcia indietro e con la circolare n. 62/E del 29 dicembre 2008 ha riconosciuto il trattamento fiscale agevolato sulla buonuscita anche agli uomini che avessero compiuto i 50 anni. Solo a quel punto, osserva la Ctr fiorentina, l’overruling avrebbe fatto scattare il termine decadenziale per chiedere il rimborso di quanto pagato in eccesso. Anche perché «il contribuente ligio che prendesse sul serio le indicazioni dell’amministrazione finanziaria avrebbe evitato di iniziare una controversia giudiziaria che l’amministrazione stessa qualificava come infondata». I giudici tributari di appello toscani avevano espresso posizione analoga già con la sentenza n. 92/1/12 (si veda ItaliaOggi del 17 maggio 2012).

 

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