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Rimborsi per decreto in tasca dal 1 agosto tra 200 e 600 euro a testa

I rimborsi per gli arretrati delle pensioni oltre tre volte il minimo, pari a 1.443 euro al mese lordi, resi necessari dalla sentenza della Corte costituzionale, andranno per il quadriennio 2012-2015 dai 574 ai 226 euro, al netto delle tasse. Sono questi i primi calcoli della Cgia di Mestre, effettuati sulla base della bozza del decreto legge in arrivo in Parlamento.

Il provvedimento, varato con urgenza dal governo, costerà 2,1 miliardi (rispetto ai 17,6 del rimborso integrale) e circa 500 milioni per il “trascinamento” a partire dal 2016. L’arretrato 2012-2015, di quattro anni, sarà corrisposto, sotto forma di una tantum, dal primo agosto.
Prendendo ad esempio una pensione di 1.600 euro lordi (pari a 1.264 netti) si può calcolare che per la mancata indicizzazione del biennio 2012-2013 saranno restituiti 702 euro. A a questa somma vanno aggiunti 43 euro del biennio 2014-2015 dovuti al mancato “trascinamento”. In tutto 745 euro. Ma si tratta di una cifra lorda, al netto delle tasse (l’aliquota sostitutiva si calcola sulla media degli ultimi due anni), il recupero che si troverà sulla pensione del primo agosto sarà di 574 euro. Si scende a 409 euro netti per una pensione lorda di 2.300 euro e a 226 euro per chi ha una pensione di 2.600 euro lordi. Sopra i 2.886 euro lordi cessa la restituzione.
Dopo giorni di polemiche il meccanismo scelto, come annunciato dal governo, sceglie la via del rimborso parziale e della progressività, dividendo l’operazione in tre pacchetti. Il primo riguarda gli arretrati relativi al biennio 2012-2013, oggetto del blocco completo delle indicizzazioni operato dal governo Monti. Il rimborso viene articolato per fasce di reddito: fino a tre volte il minimo resta l’indicizzazione totale del 100 per cento (che non è mai stata intaccata); si procederà poi con un rimborso del 40 per cento dell’indicizzazione per le pensioni fra tre e quattro volte il minimo (cioè tra 1.443 e 1.924 euro lordi); si passerà al 20 per cento tra le quattro e le cinque volte il minimo (cioè tra 1.924 e 2.045 euro) e si concluderà con un rimborso del 10 per cento tra le cinque e le sei volte il minimo (ovvero tra 2.045 e 2.886 euro).
Il secondo blocco riguarda il biennio 2014-2015. Durante questo periodo l’indicizzazione c’è stata (è stata reintrodotta dal governo Letta alla fine del 2013), ma manca il cosiddetto “trascinamento”, cioè quella parte di indicizzazione che sarebbe scattata se la base di partenza ( 2012 2013) fosse stata più alta. Anche il ristoro di questa porzione sarà parziale: sarà cioè del 20 per cento delle percentuali fissate dal decreto per il biennio 2012-2013 (ovvero il 20 per cento di 40, 20 e 10). Dunque le pensioni avranno un ulteriore recupero rispetto all’indicizzazione in essere, che sarà decrescente in funzione del reddito, pari all’8, al 4 e 2 per cento dell’inflazione.
Il terzo blocco riguarda il 2016. Anche in questo caso è necessaria una maggiorazione per compensare il mancato “trascinamento” degli anni precedenti. Analogamente in questo caso si tratterà di una quota ridotta, ma più generosa del 2014-2015: invece del 20 per cento si elargirà il 50 per cento.
Cosa succederà dal 2017? Probabilmente verrà ristabilito il meccanismo pre-2011, ante- blocco, che prevedeva solo tre fasce di indicizzazione (con scaglioni: 100 per cento fino tre volte, 90 per cento sulla quota compresa tra tre e cinque volte, 75 per cento superiore a cinque volte il trattamento minimo), di conseguenza potrebbe tornare l’indicizzazione anche per i redditi più alti.
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