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Rimbalzo dell’inflazione americana

di Daniela Roveda

La ripresa americana appare sempre più sfiatata, ma da ieri si è aggiunto anche il timore di una ripresa dell'inflazione, salita il mese scorso della percentuale più alta degli ultimi cinque anni, un aumento dello 0,3% in maggio dell'indice dei prezzi "core".

L'agitazione è salita in Borsa, dove aumenta la paura che la Federal Reserve sia costretta a frenare la politica di stimolo monetario, mentre uno stimolo fiscale pare fuori discussione perché potrebbe solo aumentare, non ridurre, il deficit pubblico. A Washington le trattative su come ridurre il deficit e il debito pubblico hanno fatto ieri un passo avanti grazie alla disponibilità dei repubblicani di prendere in considerazione l'eliminazione di numerose esenzioni fiscali per le imprese in aggiunta a tagli alle spese pubbliche.

«È un segnale importante che i repubblicani siano disposti a rinunciare al trattamento di favore per certe industrie (in particolare l'energia) nel nome della disciplina fiscale», ha detto Chris Van Hollen, membro della delegazione democratica guidata dal vicepresidente Joe Biden. Democratici e repubblicani dovranno tener presente però le avvertenze del governatore della Federal Reserve, preoccupato che l'attuazione del rigore fiscale finisca per uccidere del tutto una ripresa economica asfittica. «Bisogna agire oggi per ridurre i deficit futuri, ed evitare una contrazione fiscale nel breve periodo», ha detto Bernanke, invitando il Parlamento a non usare ricatti che potrebbero causare gravi ripercussioni sui mercati internazionali. I repubblicani hanno minacciato infatti di non approvare l'aumento di circa 2000 miliardi di dollari del limite legale al debito pubblico, e spingere l'America nell'insolvenza, se non otterranno tagli alla spesa pubblica di eguale entità.

Il pericolo di compromettere il passo della ripresa è infatti concreto. Tutti i dati di ieri puntano a un rallentamento della crescita in maggio: la produzione industriale è aumentata solo dello 0,1% mentre l'attività manifatturiera nello stato di New York è addirittura scesa per la prima volta dall'autunno 2010. Separatamente un sondaggio di giugno della National Federation of Independent Business ha rivelato che solo il 13% delle piccole imprese conta di aumentare l'occupazione nei prossimi tre mesi e l'8% di diminuirla; quelle percentuali erano rispettivamente il 16% e il 6% in aprile.

I prezzi invece sono in aumento. Il Consumer Price Index è salito dello 0,2% in maggio, ed è del 3,6% più alto che un anno fa; ad esclusione dei prezzi volatili dell'energia e degli alimentari, l'indice è aumentato invece dello 0,3% il mese scorso, il maggior incremento mensile dal luglio 2006. La discrepanza riflette il calo dei prezzi del petrolio in maggio, uno sviluppo positivo che era stato anticipato dal governatore Ben Bernanke. La Federal Reserve dovrà ora decidere se l'aumento dell'inflazione di base di maggio sia un dato mensile spurio o costituisca un vero trend.

Le prossime settimane saranno quindi decisive non solo sul piano monetario ma anche fiscale. Il Parlamento ha l'obiettivo di raggiungere un compromesso entro il primo luglio su come abbassare il deficit pubblico di 2000 miliardi per poter approvare l'aumento di altrettanti 2000 miliardi del debito pubblico, oggi fissato a 14.300 miliardi di dollari. Lo sviluppo di ieri nel negoziato è decisivo perché soddisfa simultaneamente la richiesta democratica di accompagnare tagli alle spese con aumenti delle entrate, e la richiesta repubblicana di non aumentare le tasse. Tra le proposte sul tavolo vi è l'eliminazione dei sussidi per le compagnie petrolifere e delle detrazioni fiscali sull'uso degli aerei privati.

 

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