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Rimbalzo delle Borse sul patto per l’euro

di Luca Davi

È stata una fiammata violenta, quella registrata ieri sui mercati mondiali. Una fiammata che non si è placata neppure di fronte alla diffusione di poco incoraggianti outlook economici globali. Ma che tuttavia non ha impedito ad alcuni analisti di parlare – forse con toni eccessivi – del rialzo come di un possibile punto di svolta per la crisi del debito sovrano.

Intanto i numeri. Se si guarda all'equity, l'indice Stoxx 600, che fotografa l'andamento dei principali titoli quotati sui listini del Vecchio Continente, è salito del 3,7%. Merito soprattutto delle performance di Parigi, che ha corso del 5,4%, ma anche di Francoforte e Milano, salite del 4,6%. Balzi guadagnati grazie alle ottime perfomance dei titoli bancari (+5,67% lo Stoxx di settore), assicurativi (+6,4%) e automobilistici (+6,7%). A mostrarsi molto tonica è stata anche Wall Street, dove l'S&P 500 ha chiuso in progresso del 2,92% e il Nasdaq del 3,52%. Non solo azioni, però. I forti miglioramenti hanno toccato anche l'euro, che ha guadagnato sul dollaro a quota 1,33 (da 1,323), così come le commodity, con il petrolio Brent in progresso del 2,4% (a 109 $), l'oro dell'1,5% e il rame del 4 per cento.

Gli spunti del rimbalzo

Difficile dire con certezza cosa abbia spinto i listini a portare a casa il migliore risultato da circa un mese. Secondo diversi operatori, gran parte dell'euforia è riconducibile alle indiscrezioni, diffuse nel weekend, secondo cui Francia e Germania starebbero studiando un piano per raggiungere una maggiore integrazione fiscale nell'Unione. Una soluzione, questa, che, qualora realizzata, rappresenterebbe un vero maniglione anti-panico per un mercato che è da settimane sotto la pressione della crisi del debito europeo. «La costituzione di un'Unione fiscale europea – spiegava ieri il gestore di un grande fondo azionario – sarebbe un risultato straordinario: si realizzerebbe un coordinamento economico e fiscale più stretto nell'Eurozona e si farebbe il vero primo passo per la realizzazione di un'Unione politica e non solo più monetaria».

Insomma, con un colpo si spazzerebbe via la crisi dei debiti sovrani. Difficile credere però che tutto il mercato abbia dato credito solo a una semplice ipotesi, per quanto di rilevanza globale, per correre ad acquistare. Più realisticamente, forse, a spingere gli indici sono stati anche altri elementi. Da quello puramente tecnico, con le quotazioni da saldo oramai raggiunte dai titoli europei, alle buone notizie provenienti dagli Stati Uniti, dove le vendite del Black Friday sono aumentate del 6,6% rispetto all'anno scorso. Motivi di parziale rassicurazione provengono anche dal moderato riassestamento del mercato obbligazionario dei titoli di Stato del Vecchio Continente. I rendimenti dei titoli italiani, complice il BTp-day ma soprattutto gli acquisti della Bce, hanno visto calare i rendimenti (che si muovono inversamente ai prezzi) di diversi punti base. A beneficiarne maggiormente sono state in particolare le scadenze brevi, quelle ritenute segnaletiche di una maggiore rischiosità del Paese: il ritorno del biennale, ad esempio, è tornato sotto il 7% contro il 7,28% del decennale. Ma il raffreddamento degli spread ha riguardato anche la carta spagnola e belga mentre a perdere colpi sono stati i titoli dei paesi "core", ovvero quelli giudicati più sicuri, come la Germania, ad esempio: è la conferma, insomma, che nessuno nella zona euro è escluso dalle conseguenze dell'eventuale crack della moneta unica.

I timori sullo sfondo

A molti osservatori, tuttavia, gli entusiasmi di ieri sono apparsi eccessivi. Sull'Italia, ad esempio, è caduta la scure dell'Ocse, che nel tradizionale economic outlook ha rivisto al ribasso il prodotto interno lordo: nel 2012, è la previsione, Roma cadrà in recessione vera, con un calo dello 0,5%. Poco incoraggiante anche la smentita da parte del Fondo monetario internazionale della concessione al nostro Paese – come ventilato da ipotesi di stampa – di un prestito ponte da 600 miliardi. E come se non bastasse l'Italia ha subìto il declassamento del proprio rating (da BB+ a BB) da parte di Egan-Jones, una minuscola agenzia, che però ha avuto il merito, lo scorso luglio, di anticipare il downgrade del debito americano. Motivi di preoccupazione sono giunti però anche da due, e ben più note, agenzie di rating: Moody's ha diffuso un report secondo cui «la probabilità di default multipli nell'Eurozona non è più irrilevante». E in tarda serata Fitch ha confermato il rating di tripla A degli Stati Uniti pur rivedendo le prospettive a negative. Uno scenario, insomma, che nel complesso di entusiasmante ha ben poco, per quanto i Treasury Usa non abbiano minimamente reagito alla notizia.
 

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