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Rigenerazione urbana, Catella punta su Roma e Recovery Plan

«La rigenerazione urbana ha tutte le carte per essere centrale nel Recovery Plan italiano, alimentata anche dai programmi straordinari di finanza pubblica in partnership con il settore privato. Se Milano resta un laboratorio di sperimentazione grazie anche alla maturità finanziaria e progettuale che ha acquisito in questi anni, Roma sarà un polo fondamentale e una leva per lo sviluppo del Centro e del Sud Italia che sono linea prioritaria del Recovery Plan italiano». Manfredi Catella, il fondatore e ceo di Coima che più di ogni altro ha incarnato il «modello Milano» di rigenerazione urbana con l’operazione Porta Nuova, sbarca per la prima volta a Roma con il suo Coima Real Estate Forum, giunto alla nona edizione, con oltre cinquecento operatori del settore collegati da remoto in rappresentanza di sessanta primari investitori istituzionali italiani ed esteri per un patrimonio complessivo – dice una nota del gruppo – «di oltre due triliardi di euro». A questo mondo Catella parla più volte del «potenziale di Roma». Non nasconde un suo interesse diretto per la Capitale: tra le aree che sta valutando per progetti di rigenerazione urbana c’è il quartiere Flaminio, come conferma al Sole 24 Ore. «Il Flaminio – dice – rappresenta un’area di eccellenza urbana grazie alla presenza del Maxxi, sempre più luogo di comunità e di cultura, grazie al lavoro svolto dal gruppo di lavoro di Giovanna Melandri, così come del Foro Italico e dell’Auditorium e delle altre istituzioni culturali e civiche. D’altra parte è un quartiere frammentato, caratterizzato da una serie di vuoti urbani che lo disconnettono dal tessuto urbano, generando isole di degrado. Si tratta di un settore della città – aggiunge Catella – che richiederebbe una visione complessiva e una regia unitaria con il contributo di tutti i soggetti istituzionali pubblici attivi nell’area definendo un progetto pilota di rigenerazione territoriale che ben declinerebbe le linee guida di Next Generation Eu».

Dal Forum Catella manda alle istituzioni romane il messaggio che la rigenerazione urbana può interpretare al meglio le guidelines prioritarie del Recovery, transizione ecologica, inclusione sociale e modernizzazione del Paese. Può avviare un circolo virtuoso che passi per protezione ambientale sistematica, tecnologie pulite a prova di futuro, uso di risorse rinnovabili, digitalizzazione del sistema amministrativo, sanitario e scolastico, potenziamento dei servizi a banda larga con reti in fibra e 5G, promozione del trasporto accessibile e intelligente, efficienza energetica degli edifici pubblici e privati. Stefano Boeri, in rappresentanza di Coima City Lab, aggiunge una visione sugli scenari futuri delle città che i progetti del Recovery dovrebbero concretizzare, evitando di inseguire il ritorno ai vecchi modelli ma puntando su un nuovo modello urbano centrato sul concetto di iper-prossimità, una città policentrica fatta di quartieri che abbiano tutti i servizi essenziali raggiungibili in quindici minuti.

Con lui nel Forum, tra gli altri, Fabrizio Pagani, global head of economics and capital market strategy di Muzinich&Co, e il presidente di Acri, Francesco Profumo, che riconosce in questo momento «disruptive», nel Recovery Plan e negli investimenti sul territorio una grande opportunità per l’Italia ma mette in guardia dalla «iper-regolazione del nostro Paese come conseguenza della mancanza di fiducia». Sul Paese bloccato ha insitito anche Francesco Micheli, presidente di Genextra.

Nel corso dei lavori è stato anche illustrato il rapporto di Coima «Il futuro degli uffici» da cui è emerso che il lavoro remoto diventerà una componente più strutturale dell’organizzazione aziendale, anche se con gradi diversi a seconda dei settori. Un possibile scenario di medio termine potrebbe vedere l’adozione del lavoro remoto in Italia crescere dall’attuale livello del 5% a un livello del 30-40% (ovvero una parcentuale doppia rispetto alla media europea del 17% e in linea con l’attuale livello di adozione dei Paesi nordici).

Il lavoro di Coima stima che un’ipotetica azienda (che non adottava il lavoro remoto pre-Covid) potrebbe ridurre il proprio fabbisogno di spazi ad uso ufficio di circa il 5-10% attraverso un’adozione media-bassa del lavoro remoto o di circa il 10-30% attraverso un’adozione elevata del lavoro remoto. «Al fine di favorire un maggior grado di collaborazione tra i dipendenti, lo spazio all’interno degli uffici destinato alle aree comuni potrebbe aumentare dal livello attuale di circa il 40% a un livello pari al 50-60% circa».

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