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«Riforme Ue anche per Berlino»

È vero, le riforme riguardano tutti, anche la Germania, che come rileva il presidente della Bundesbank nell’intervista di domenica scorsa al Sole 24 Ore, dovrà metter mano in primo luogo al sistema di Welfare. Si tratta di «riforme tutt’altro che secondarie», osserva il ministro per gli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, negoziatore per l’Italia dei principali dossier sul tappeto. La strada che sta per aprirsi, e il Consiglio europeo del 19 e 20 dicembre avvierà l’istruttoria sui capisaldi del nuovo meccanismo, è quella delle cosiddette «intese contrattuali». «Lo stesso Jens Weidmann implicitamente lo conferma. Dunque è specioso affermare che i contractual arrangements per le riforme siano stati immaginati dalla Germania contro questo o quel paese».
Quali gli ambiti e gli strumenti che potranno attivarsi?
L’oggetto delle eventuali intese contrattuali sarebbero le riforme strutturali. Non sono in questione i parametri macroeconomici, quali debito e deficit, ma gli aspetti normativi e il sistema paese. Il riferimento, per noi come per ogni altro Stato, si trova nelle «raccomandazioni specifiche» che s’inquadrano nel cosiddetto «semestre europeo» e prendono spunto dal Programma nazionale di riforma. L’elenco, per quel che ci riguarda, prevede ad esempio il miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione, le semplificazioni del quadro normativo, la riduzione della durata dei processi civili, una migliore gestione dei fondi europei.
Si tratta di riforme ampiamente note, da tempo presenti nel dibattito politico.
Sono interventi fondamentali per l’Italia, anche se non ce li chiedesse l’Europa. Consideri che finora abbiamo utilizzato circa il 48% dei fondi strutturali nell’ambito della programmazione 2007-2013. Il resto dovremo impiegarlo entro il prossimo biennio. Ulteriori esempi di raccomandazioni, e dunque di riforme che dovremmo attuare, sono il miglioramento della qualità del settore bancario e del credito, soprattutto per il finanziamento all’economia reale, attraverso ad esempio lo sviluppo del «venture capital», fonte importante per il sistema delle imprese. E poi il completamento della riforma del mercato del lavoro, del sistema di istruzione e della formazione professionale. Infine, si guarda al sistema tributario, con la riduzione del carico fiscale sul lavoro, sul quale il governo sta lavorando in legge di stabilità, e il contrasto all’evasione e all’economia sommersa. Completa il quadro l’apertura al mercato nel settore dei servizi, e il potenziamento delle infrastrutture, fondamentale per noi. Fa una certa differenza se la banda larga c’è o non c’è e se l’energia costa meno. Si propone anche il maggiore ricorso a procedure di gara negli appalti pubblici e nelle concessioni.
Come dovrebbe funzionare il meccanismo?
Come in ogni contratto, vi è un impegno a una prestazione e un analogo impegno a una controprestazione. Allo stato attuale del dibattito a livello europeo, sono i singoli paesi che volontariamente decidono se impegnarsi con l’Unione europea a varare una o più riforme che lo stesso paese identifica, indicando tempi di attuazione ed eventuali costi. Non a caso si parla di riforme «home-grown». Da parte dell’Unione europea scatterebbe un incentivo alla riforma basato su un «meccanismo di solidarietà». È un processo il cui controllo propositivo è nelle mani del Paese, non in quelle esclusive dei governi, ma attraverso il pieno coinvolgimento dei parlamenti e delle parti sociali.
Incentivi in cambio di riforme?
Il principio è questo. Si sta ora ragionando su quale possa essere la fonte di finanziamento per gli incentivi. Se fosse analoga a quella del bilancio Ue, noi non saremmo d’accordo, essendo il nostro paese un contributore netto. Se, invece, il finanziamento scaturisse da una capacità di bilancio propria all’Eurozona, secondo quanto proposto dal cosiddetto rapporto dei «Quattro presidenti», il discorso cambierebbe. Per una simile soluzione però ci vogliono tempi più lunghi. Attualmente si ragiona su come avvalersi di strumenti esistenti, quali il meccanismo di stabilizzazione Esm o la Bei, per offrire forme di garanzia che consentano agli stati che come il nostro si finanziano sul mercato a tassi elevati di ottenere prestiti a tassi inferiori, alleviando in tal modo il costo delle riforme.
Sono state immediatamente sollevate da più parti varie eccezioni. C’è chi sostiene che si tratterebbe di un’ulteriore cessione di sovranità.
Le intese contrattuali nulla hanno a che vedere con i programmi di assistenza. Anzi, non vi potranno accedere i Paesi tuttora sotto programma o con aperta una procedura per disavanzo eccessivo. Una volta che il meccanismo fosse perfezionato, potrà aprirsi un’opportunità concreta: avviare riforme strutturali fruendo di incentivi. Possibilità di cui potrebbe avvalersi anche l’Italia perché non siamo più in procedura per disavanzo eccessivo.

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