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Riforme: «Studio aperto? Sì, ma solo agli iscritti»

di Isidoro Trovato

Il peggior atto di commiato possibile. Ai professionisti il maxi-emendamento al patto di stabilità emanato dal governo Berlusconi non è proprio piaciuto. Adesso però gli Ordini dovranno fare i conti con quel testo e infatti chiedono subito interventi correttivi al nuovo governo: società tra professionisti, collegi sindacali e tariffe rimangono i nervi scoperti.
Società e tariffe
«Il modello societario introdotto con la legge di stabilità non ci piace — sbotta Marina Calderone, presidente del Comitato unitario delle professioni —. Prevede soci non professionisti che possono svolgere funzioni tecniche o soci di investimento che potrebbero detenere anche la maggioranza del capitale sociale. Questo assetto creerà non poche difficoltà. Non bisogna dimenticare che gli ordini hanno la funzione di garantire i cittadini: che tipo di controllo potranno esercitare nel caso i cui un professionista radiato, dovesse costituire una società di capitale con altri due colleghi e continuare, di fatto, a svolgere l'attività per cui è stato radiato? L'ingresso dei capitali può portare a fenomeni di turbativa dell'indipendenza di giudizio del professionista e alla penetrazione della malavita organizzata. Per questi motivi riteniamo necessario un confronto con il competente ministero di Giustizia per individuare le corrette modalità per procedere nell'attuazione della norma».
Il maxiemendamento ha di nuovo fatto sparire le tariffe minime e questo a molte categorie professionali non è piaciuto. «Il tema dell'abolizione delle tariffe minime ha rappresentato negli ultimi tempi un refrain continuo — continua Calderone —. Il tema è più di natura ideologica che reale: in troppi dimenticano che nel 2006 la Legge Bersani ha abolito i minimi tariffari inderogabili. La manovra di agosto ha poi reso totalmente indicative le tariffe, sia minime che massime, rimettendo all'accordo tra le parti la definizione del compenso. La legge di stabilità ha poi eliminato anche il riferimento alle tariffe come valore indicativo in questo commettendo, a mio avviso, un errore. Perché rappresentavano una garanzia per il cliente che avrebbe avuto un parametro, comunque liberamente derogabile, di valutazione del valore della prestazione richiesta».
Controlli dei conti
I commercialisti italiani invece protestano a gran voce contro la norma del maxi emendamento che trasforma i collegi sindacali da organo collegiale a organo monocratico. Una disposizione che riduce, per tutte le società a responsabilità limitata e in quelle per azioni con capitale fino a un milione di euro, da tre a uno il numero dei componenti del collegio sindacale, ossia dell' organo deputato ad effettuare i controlli sulla legalità dell'amministrazione.
«Si tratta di una decisione incomprensibile — attacca Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti —. In questo modo si nega il diritto alle minoranze e si minano i principi dell' indipendenza. Il tutto senza nemmeno un grande risparmio economico, considerato che se una sola persona è chiamata a svolgere il lavoro di tre, chiederà un adeguato compenso. Inoltre questo radicale cambiamento avviene senza prevedere niente sul fronte dei vastissimi doveri di controllo e delle illimitate responsabilità che gravano sui liberi professionisti chiamati a svolgere questa funzione».
Proteste e sospetti quasi sempre si incrociano e anche in questo caso il sospetto dei commercialisti è che dietro questa decisione ci sia una richiesta di Confindustria per abbattere i costi. E qualche sospetto di complotto viene anche agli avvocati. «In materia di professioni e di cosiddette liberalizzazioni, bisogna chiarirsi — afferma Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense —. Gli avvocati già vivono ogni giorno su un mercato saturo e questo il nuovo Guardasigilli Severino lo sa bene, considerato che si tratta di una collega. Ci siamo già impegnati, senza che lo imponesse una legge, sul fronte della qualificazione, dell'assicurazione obbligatoria, della trasparenza dei compensi. Però non ci piacciono le regole del mercato imposte dai grandi centri di interesse e di potere a loro esclusivo vantaggio. Dietro l'attività dell'avvocato ci sono i diritti dei cittadini, e la loro tutela richiede un'avvocatura libera e autonoma. Per questo le società di capitali con soci di capitale anche di maggioranza non vanno bene: chi garantirà sulla provenienza dei capitali? E poi il cittadino quali garanzie avrà nei confronti dei detentori di tale capitale?»

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