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Riforme, Pa, produttività e Pil: le vie Ue per riscrivere il piano

Cresce di giorno in giorno e di ora in ora, da vari fronti, il pressing sul governo per riscrivere il Recovery Plan in termini sostanziali ed è la Ue a offrire la via maestra per rivedere i cardini del documento inviato in Parlamento. Commentando la crisi di governo, il commissario Paolo Gentiloni, è tornato sul punto: «Siamo un po’ nei guai – ha detto – avremmo bisogno di un governo capace di garantire che la crisi non diventi crisi sociale, che non ci sia crisi finanziaria, che sappia assicurare la qualità del piano di Recovery e confermi la scelta europeista, e invece siamo nell’incertezza». Qualità del piano, dunque. La commissione si sta sforzando da un paio di settimane di farci capire che i cospicui fondi messi a disposizione dal Next Generation Eu non sono gratis per l’Italia, ma vanno di pari passo con gli impegni che dovremo assumere per portare a compimento un percorso di riforme avviato da tempo proprio d’intesa con Bruxelles e mai portato a termine, per convergere sui grandi obiettivi europei in materia ambientale e digitale, per sbloccare la crescita e la produttività italiane. Per ora non si parla di obiettivi di finanza pubblica, ma la clausola inserita nel regolamento del rispetto del Patto di stabilità (quando sarà ripristinato) significa che anche su quel versante – il debito – dobbiamo seguire un sentiero virtuoso. Contrariamente a quel che si è percepito a lungo in Italia, i 209 miliardi del Recovery non sono un regalo da spendere con il fastidio di qualche vincolo, ma un contratto da onorare. Per il bene del Paese. Con misure credibili e misurabili che convincano Bruxelles.

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LE RIFORME

Servono intese vere e misure dettagliate

Il primo punto da cui è partito il pressing Ue è quello più comprensibile per la politica italiana: le riforme. Un fronte aperto da anni nei settori più vari, dalla giustizia alla macchina amministrativa, dal fisco al lavoro alla concorrenza. Nel piano queste cinque riforme sono enunciate in poco più di una pagina. Ma non ci sono misure, dettagli, obiettivi. Non c’è nessuna traccia di un accordo politico che almeno indichi chiaramente la direzione di marcia. È qui il vero ritardo, grave, del piano italiano, perché queste riforme pesantissime tentiamo di farle da anni e non ci riusciamo. Ora in poche settimane dovremmo decidere almeno un impianto di massima con una maggioranza fragile e discorde su quasi tutti questi temi. Complicato. E non è solo colpa della crisi politica.

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OBIETTIVI MISURABILI

Per Pil e produttività non basta l’allegato

Un altro punto su cui il commissario Gentiloni ha battuto molto nelle ultime due settimane è meno comprensibile per la politica italiana: obiettivi misurabili. L’unico uomo politico italiano che ne ha parlato più volte esplicitamente è il ministro delle Politiche Ue, Vincenzo Amendola, che conosce bene linee guida e regolamenti europei. Per il resto, uno strumento decisivo per Bruxelles è passato sotto silenzio. E anche nella fattura del piano, gli obiettivi misurabili (i target) che vanno esplicitati per ogni singola misura, non ci sono. Il governo promette che ci si sta lavorando e che arriveranno prima di inviare il piano definitivo alla Ue. Finiranno nelle schede tecniche allegate al piano. Ma non sono affatto un elemento secondario, da liquidare in un allegato. Primo perché devono dare in numeri il senso della misura, la sua reale forza riformatrice e innovatrice, traducendo l’impatto sul Pil, sull’occupazione, sulla produttività. Secondo, perché proprio questi valori avrebbero dovuto selezionare a monte i progetti inseriti nel piano. Quanti passeggeri in più garantisce all’Alta velocità la Roma-Pescara? Di quanto riduce i tempi di percorrenza? Che Pil produce? E perché magari – con le stesse misurazioni – non metterla in concorrenza con una metropolitana urbana o con il sistema portuale o ancora con un’altra opera ferroviaria (magari regionale)? Le misurazioni non sono un fastidioso allegato tecnico da risolvere ma dovrebbero essere alla base delle scelte sulle azioni da adottare.

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LE SEMPLIFICAZIONI

Procedure più snelle e una Pa che funzioni

C’è un accordo pressoché generalizzato sul fatto che il Recovery Plan gioca una partita decisiva sulla riforma della pubblica amministrazione. Nei due sensi: ha bisogno di procedure snelle e una macchina robusta per arrivare in porto; dovrà lasciare una pubblica amministrazione migliore in eredità al Paese. La partita della governance del piano (cioè le strutture chiamate ad attuarlo) è solo un pezzetto di quello che dovrebbe essere un disegno complessivo di efficientamento della macchina amministrativa italiana. Ora o mai più. Invece non è un caso che su questo piccolo pezzetto della governance si sia impantanato (politicamente) l’intero progetto del Recovery. Per una sorta di miopia, per una veduta corta che rimanda più alla gestione di potere che a un disegno. Perché non c’è nessuna idea di come far funzionare la Pa, non c’è nessuno strumento che si mette in campo valido per oggi ma che cominci a fare il primo passo in una giusta direzione anche per il domani. Sul funzionamento della Pa, questo governo – come anche quello precedente – ha saputo proporre solo deroghe, scorciatoie e commissari. Un disegno della straordinarietà, una scommessa su cui il Paese ci si gioca l’osso del collo. Perché far decollare la spesa di investimento delle grandi opere non sarà facile (e per fortuna si è deciso di puntare sull’accelerazione di quelle strategiche in corso). Il premier Conte ha promesso un altro decreto, un Semplificazioni 2, che non sembra destinato a invertire la rotta. Unica speranza accennata anche dal premier: una maggiore collaborazione con i privati, una partnership fra pubblico e privato. Cosa sia non si sa: si spera il pubblico che fa (poche) cose strategiche tipiche del pubblico (indirizzo e controllo) e per il resto si affida al mercato. Ma anche qui, al momento, non ci sono disegni che siano stati esplicitati, che siano valutabili o misurabili. Solo titoli e slogan.

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