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«Riforme in tre giorni oppure Grexit»

I capi di Stato e di governo della zona euro stavano cercando ieri notte di mettersi d’accordo su un nuovo terzo pacchetto di aiuti finanziari alla Grecia, pur di evitare il tracollo del Paese e la sua uscita catastrofica dall’unione monetaria. La speranza qui a Bruxelles era che un accordo potesse essere raggiunto, seppur parziale nel desiderio di guadagnare tempo; ma il clima di risentimento tra Atene e i suoi creditori era talmente pessimo da rendere le discussioni difficilissime.
Arrivando alla sede del Consiglio europeo nel pomeriggio, la cancelliera Angela Merkel era stata molto esplicita. Aveva detto di prevedere «discussioni molto dure», e aveva escluso «un accordo a qualsiasi prezzo». Più possibilista il presidente francese François Hollande: «La Francia – aveva detto prima della riunione – farà di tutto per ottenere un accordo, se la Grecia rispetta le condizioni. Non ci può essere una Grexit provvisoria. Non voglio una Europa che torni indietro».
La riunione tra capi di Stato e di governo è iniziata nel pomeriggio dopo che i ministri delle Finanze della zona euro erano tornati a riunirsi in mattinata, a seguito di una prima riunione sabato pomeriggio. Dopo 15 ore di trattative in due giorni i ministri non erano riusciti a mettersi d’accordo su una dichiarazione di quattro pagine che nei fatti avrebbe aperto la porta a un terzo pacchetto di aiuti alla Grecia, ma in cambio di una serie di stringenti condizioni, troppo stringenti e irrealistiche per alcuni governi.
Atene ha presentato giovedì scorso nuove proposte ai suoi creditori, chiedendo nuovi aiuti finanziari per tre anni. Le tre istituzioni creditizie – la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea – hanno presentato una loro valutazione delle proposte. L’analisi trasmessa ai governi europei venerdì sera si è rivelata cautamente positiva, ma non pienamente convincente. Stima le necessità finanziarie della Grecia per i prossimi tre anni a 74 miliardi di euro.
Il documento di quattro pagine, che non è stato approvato dall’Eurogruppo e che stanotte era alla base delle discussioni tra i leader della zona euro, è il riflesso del crescente risentimento nei confronti della Grecia. Nella bozza della dichiarazione si legge che, per poter dare il loro benestare alle trattative in vista di nuovi aiuti, i ministri vogliono l’approvazione di una serie di misure entro mercoledì 15 luglio; in caso contrario, il documento apre la porta a una Grexit temporanea.
Tra le riforme richieste: misure sull’Iva; nuove misure anticipate per garantire la sostenibilità del sistema pensionistico; l’adozione di un nuovo codice di procedura civile; la piena indipendenza dell’Elstat, vale a dire l’ufficio greco di statistica; il pieno rispetto del Fiscal Compact e la nascita di un consiglio di bilancio indipendente; l’adozione delle nuove regole europee sulla gestione delle crisi bancarie. Solo superati questi scogli, l’Eurogruppo si sarebbe detto pronto ad aprire negoziati su nuovi prestiti.
Nel documento, i ministri correggono al rialzo la stima delle necessità finanziarie della Grecia nei prossimi tre anni, da 74 a 82-86 miliardi di euro, e aprono alla possibilità di un alleggerimento del debito, come proposto dalle tre istituzioni creditizie (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). Tra le ipotesi introdotte dai ministri delle Finanze anche l’idea di un fondo da 50 miliardi di euro nel quale la Grecia potrebbe trasferire attività da privatizzare.
Secondo le informazioni raccolte ieri sera, nella discussione tra i leader, Tsipras ha chiesto di rivedere tre delle esigenze dei creditori: il ruolo dell’Fmi, nel desiderio di renderlo meno invasivo; la richiesta del fondo da 50 miliardi di euro; e la necessità di reintrodurre quelle riforme abolite all’inizio della legislatura. Il premier ha anche sottolineato l’urgenza di un prestito-ponte in attesa di chiudere il negoziato sul nuovo piano.
La notte scorsa, i leader erano quindi alla ricerca di un difficile equilibrio. Una via libera alle trattative sul memorandum che potesse non solo evitare l’uscita catastrofica della Grecia dalla zona euro, ma anche consentire ai vari protagonisti di salvare la faccia: da un lato i creditori che alla Grecia hanno già dato circa 240 miliardi di euro e che devono fare i conti con pubbliche opinioni critiche verso Atene; dall’altro il governo Tsipras che ha fatto campagna in patria contro misure troppo restrittive di politica economica.
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