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«Riforme in poche ore o governo a casa»

di Mario Sensini

ROMA — O il governo è in grado di fare le riforme necessarie, o deve andare a casa. La Confindustria è stufa di assistere passivamente agli sviluppi della crisi. «Siamo in una situazione difficilissima, abbiamo poche ore e pochi giorni: o il governo è in grado di fare quelle riforme profonde che servono al Paese che danno discontinuità e che ci fanno tornare a crescere, oppure non può stare» dice il presidente Emma Marcegaglia. Già nei giorni scorsi era parsa spazientita, ma ieri ha rotto definitivamente gli indugi. «Siamo stufi di essere considerati lo zimbello internazionale. Non vogliamo vedere all'estero i sorrisini dei nostri interlocutori, l'Italia non lo merita».

L'esito della riunione di ieri mattina al Tesoro sui nuovi provvedimenti per lo sviluppo, da cui è emerso un nitido nulla, deve aver colmato la misura. «La vera preoccupazione è la crescita: il governo dovrebbe smettere di diffondere i suoi piccoli spot rassicuranti, e dare un vero aiuto ai lavoratori e alle imprese, perché è l'unico modo per uscire dall'impasse. Abbiamo bisogno di una terapia d'urgenza» dice la Marcegaglia. «Bisogna terminare la riforma delle pensioni in modo definitivo: e se scontenta la Lega e i sindacati chi se ne frega, dobbiamo salvare il Paese», incalza. «Si può ancora fare una grande vendita del patrimonio pubblico, una riforma fiscale che abbatte le tasse sulle imprese e i lavoratori e le alzi, eventualmente, su tutto il resto, dobbiamo tornare a fare ricerca e innovazione perché non c'è crescita» insiste il presidente degli industriali italiani.

«Giovedì c'è un Consiglio dei ministri: è essenziale che in quella riunione si decidano cose che diano assolutamente un segno di discontinuità. Se non faremo un piano organico, il rischio per l'Italia è molto forte. Standard & Poor's valuta l'insieme delle cose: legge anche i giornali, ma credo guardi al debito pubblico e al deficit, facendo una valutazione complessiva. Siamo disposti a fare la nostra parte, ma chiediamo cose chiare e urgenti» incalza la Marcegaglia.

Altro che il piano decennale per lo sviluppo di cui ieri ha parlato al Tesoro, ai rappresentanti delle imprese grandi e piccole, delle banche e delle cooperative, il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Servono risposte in dieci giorni, hanno replicato in coro i suoi interlocutori, preoccupatissimi dopo il downgrade di Standard and Poor's, in un contesto in cui la crisi europea non accenna a dipanarsi, chiedendo misure per rafforzare la credibilità della manovra. L'abolizione delle pensioni di anzianità, nuove misure contro l'evasione, la reintroduzione dell'Ici sugli immobili. Non per fare cassa, ma per finanziare un piano per dar respiro all'economia e all'occupazione, con la riduzione dell'Irap, e un futuro ai giovani, perché domani abbiano una pensione decente.

L'impressione che tutti hanno ricavato, ieri al Tesoro, è quella di un governo bloccato. Contro il quale ha deciso di mobilitarsi anche la Uil, con quattro manifestazioni, il 30 settembre a Napoli, il 14 ottobre a Firenze, il 21 a Milano e il 28 a Roma in occasione dello sciopero del pubblico impiego. «Il governo agisca o è meglio andare al voto», dice il sindacato di Luigi Angeletti.

L'unica idea nuova uscita dal tavolo di ieri è quella di sbloccare per decreto il project financing su tre o quattro grandi opere già progettate, come la Orte-Cesena e la Pontina, offrendo ai contraenti sconti sull'Ires e l'Irap. Per il resto, ha detto Tremonti, si rischia solo di buttar via altri soldi. La crisi è europea, ha ripetuto il ministro, e almeno su questo anche gli industriali sono d'accordo. «La mancanza di leadership europea è imbarazzante — dice Marcegaglia — come sono imbarazzanti i vertici Merkel-Sarkozy che tentano di sostituirsi alla Commissione, si riuniscono e non decidono nulla».

Secondo Tremonti la soluzione è nelle mani di Angela Merkel, che deve salvare l'euro se vuole salvare la Germania. Il ministro ha ragione, ribattono gli industriali. Ma una mano alla Merkel perché salvi l'euro, salvi la Germania e salvi anche noi, gliela si potrebbe pur dare, aggiungono.

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