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«Riforme e debito, ora risposte» L’affondo di Bruxelles sull’Italia

Per otto anni di fila, tutti o quasi hanno avuto un segno negativo, un «meno», inchiodato sul simbolo che indicava il loro tasso di crescita economica: recessione; o, se andava bene, stallo. Ma ora, per la prima volta dal 2007, gli stessi Paesi dell’Unione Europea si ritrovano tutti con un segno «più», l’annuncio di un moderata ripresa. Il trenino, anche se un po’ a singhiozzo, riparte. E agiscono certo tre fattori di spinta: il quantitative easing , l’iniezione di denaro liquido nei mercati garantita dalla Banca centrale europea che acquista titoli di Stato; il calo del prezzo del petrolio e il deprezzamento dell’euro nei confronti delle altre maggiori valute. 
Migliorano le aspettative
Ci saranno anche altri perché. Ma sia come sia, ecco la prognosi firmata ieri dalla Commissione europea con le sue previsioni economiche di inverno: «Le aspettative per l’economia europea sono lievemente migliori rispetto allo scorso novembre» premette subito il prudentissimo commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici; e poi, le cifre: nel 2015 il prodotto interno lordo dovrebbe aumentare dell’1,3% nell’area euro e dell’1,7% in tutta l’Ue. Dunque, vengono ritoccate al rialzo le ultime stime emesse tre mesi fa (si parlava allora di un +1,1% per l’eurozona e di un +1,5% per l’intera Ue). Sprazzi di sereno anche per il 2016, quando la crescita dell’eurozona dovrebbe accelerare dell’1,9% (e non dell’1,7%, come si stimava a novembre) e l’intera Ue dovrebbe toccare un +2,1%.
I dubbi della Ue
L’Italia segue la corrente, con una crescita «fragile» prevista a quota +0,6% nel 2015, ma poi più sicura fino all’1,3% nel 2016 e lima anche il suo deficit nel rapporto con il Pil, fino a ricondurlo al 2,6%. Questo potrà aiutarla nel suo esame cruciale, cioè il «giudizio d’appello» sul piano di stabilità, che ora è stato fissato per il 27 febbraio. Ma la stessa Italia sconta un tasso di disoccupazione di nuovo in risalita (12,8%, circa il triplo della Germania), una lieve deflazione come il resto dell’eurozona e soprattutto la zavorra beffarda del suo debito pubblico, riconfermato al 133% del Pil come 3 mesi fa, il secondo in tutta la Ue, e indicato in fase calante (131,9%) solo a partire dal 2016. A Bruxelles si dà per quasi certo che sia già partita, o stia per partire, una lettera della Commissione diretta a Roma: chiederebbe una risposta netta sulle radici del debito e su come si intenda finalmente affrontarle.
«Prudenza nei bilanci»
È vero che ora Bruxelles condivide la richiesta di Roma in materia di riduzione del deficit strutturale: nel 2015, questa dovrà essere pari allo 0,25% del Pil%, anziché allo 0,5% come già richiesto dalla Commissione. Ma l’Italia ha pur sempre bisogno, avverte Moscovici, di una «miscela di prudenza nei bilanci e di riforme ambiziose: non tutto è risolto, la vostra sfida principale resta quella dell’alto debito pubblico unito a un basso livello di crescita». Del resto, è sempre il commissario a dirlo, in tutta la Ue ci sono ancora «tensioni geopolitiche, una rinnovata volatilità sui mercati finanziari, politiche monetarie divergenti fra le maggiori economie e un’attuazione incompleta delle riforme strutturali». E come sempre, il quadro è molto frammentato: la Grecia ha il più alto tasso di disoccupazione (25%) e il più alto debito (170,2%), la Germania è al polo opposto per i disoccupati (4,9%) e l’Estonia per il debito (9,6%). La crescita più bassa tocca alla Bulgaria (0,2% del Pil), quella più alta all’Irlanda (+3,5%), che 4 anni fa stava in rianimazione. E che adesso trotta davanti a tutti, Italia compresa.

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