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Riforme e anti-euro variabili sul BTp

Le elezioni europee, macchiate dall’antieuropeismo, hanno convinto i mercati a “riprezzare” il rischio-Italia di un Paese che non cresce, con debito/Pil enorme, riforme strutturali lente e incerte, con i partiti antieuro tra i più forti d’Europa: il repricing frena lo spread che aveva corso troppo.

Le elezioni europee hanno costretto i mercati a rivalutare un rischio-Italia che nei giorni scorsi aveva sfornato un rendimento dei BTp decennali sotto la soglia del 3% e uno spread contro Bund sotto i 150 punti: trascinati da un lato dalla scommessa dei traders sulla capacità del premier Renzi di realizzare le riforme strutturali promesse e rilanciare crescita e occupazione, dall’altro lato dalle aspettative di misure eccezionalmente straordinarie in giugno da parte della Bce per contrastare la perdurante frammentazione del credito nell’Eurozona e un’inflazione troppo bassa troppo a lungo.
Più che un alibi, più che una scusa per incassare temporaneamente i profitti, dopo la corsa forsennata di prezzi e rendimenti dei titoli di Stato italiani, le elezioni europee sui mercati hanno imposto una pausa di riflessione. Sotto la lente d’ingrandimento sono tornati gli Stati periferici dove l’antieuropeismo e i partiti estremisti sono più votati e che sono anche quelli con il debito/Pil più elevato: Italia e Grecia. Non è passato inosservato, in questo monitoraggio, il fatto che l’Italia sia emersa come il Paese europeo con i più grandi e influenti partiti antieuropeisti – M5S e Lega contano, presi assieme, per oltre il 30% dei voti e non hanno rivali – e che il sistema resti afflitto da un’instabilità politica cronica. «Se vincono gli anti-euro potrebbe esserci un’ondata di vendite sui BTp all’inizio della prossima settimana perché questa vittoria si tradurrebbe nel pericolo di un ulteriore rallentamento del cammino già troppo lento delle riforme strutturali», ha pronosticato ieri un trader, aggiungendo che «il sell off sul breve termine potrebbe rappresentare una ghiotta occasione per comprare, in vista delle decisioni della Bce».
L’Italia è anche lo Stato che, nell’Eurozona periferica, ha fatto meno strada sul percorso accidentato delle riforme strutturali: Irlanda, Portogallo, Grecia e persino la Spagna per le banche, quando hanno chiesto e ottenuto aiuto esterno, hanno anche dovuto sottoscrivere un Memorandum of understanding che li ha impegnati fermamente a rispettare una tabella di marcia sulle riforme strutturali e sul rigore di bilancio. Questo scatto all’Italia sul lato delle riforme è mancato: i Paesi periferici più deboli con il salvataggio hanno ottenuto una drastica riduzione del costo del rifinanziamento del debito, spalmato su un arco temporale molto lungo (per non parlare della Grecia che ha addirittura ristrutturato il debito). L’Italia, nel club dei Paesi che hanno dato aiuto, ha visto invece crescere il suo debito/Pil senza aumentare la crescita potenziale.
In un contesto politico instabile, al quale i mercati si sono obtorto collo abituati, l’Italia ha confermato proprio in questi giorni di spiccare tra le economie europee che arrancano di più, come rileva la brutta sorpresa di quel -0,1% del Pil nel primo trimestre dell’anno. In una prospettiva di medio-lungo termine, la crescita al palo è la peggiore notizia (assieme al rischio di deflazione) per la sostenibilità dell’alto debito pubblico. L’Italia infatti si distingue con uno dei più elevati stock di debito pubblico al mondo e in ambito europeo il suo debito/Pil al 135% è secondo soltanto a quello della Grecia, alle prese anch’essa con l’ascesa di partiti estremisti ed anti-euro.
«I sondaggi che hanno dato Grillo più forte del previsto hanno alimentato le vendite sui BTp, ma il dato sul Pil negativo nel primo trimestre ha pesato molto – ha spiegato il gestore di un grande fondo americano –. La principale preoccupazione per i mercati è un’Italia che non cresce e che non va avanti con le riforme strutturali». «L’Italia – ha aggiunto – è l’anello debole della zona dell’euro: è il Paese che ha fatto meno riforme e meno pulizia nei bilanci delle banche. La Spagna ha fatto più riforme, la Grecia è al palo ma è anche un Paese piccolo non determinante, Portogallo e Irlanda hanno prospettive di crescita migliori dell’Italia, la Francia è indietro come l’Italia ma il suo debito/Pil è più basso di quello italiano».
La rottura della moneta unica europea, lo scioglimento dell’Eurozona, la “grexit” con l’uscita della Grecia e l’insostenibilità del debito pubblico italiano sono rischi estremi, i cosiddetti “tail risk”, che i mercati hanno rimosso dai propri radar dopo il salvataggio di Irlanda, Grecia, Portogallo e delle banche spagnole da parte dei fondi di stabilità Esm e Efsf e dopo l’annuncio delle OMTs della Bce (acquisto di titoli di Stato dei Paesi che chiedono aiuto esterno) da parte di Mario Draghi. Ma la crisi dell’euro e del debito sovrano dell’euro non è finita: il rischio politico, il pericolo di un’escalation delle tensioni sociali, causa l’alta disoccupazione, e i timori di una stagnazione economica sono rimasti intatti e preoccupano i mercati con l’avvicinarsi delle elezioni europee. L’impennata – nei sondaggi ma anche nelle più recenti elezioni nazionali – dei partiti dell’antieuropeismo in tutta Europa e soprattutto in Italia può rivelarsi un fattore altamente destabilizzante se dovesse trasformarsi nell’ennesimo rinvio delle riforme strutturali senza le quali una crescita potenziale adeguata e quindi la sostenibilità del debito pubblico non potranno essere garantiti.

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