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«Riformare fisco, giustizia e burocrazia Così l’Italia può attrarre investitori»

Sei mesi ancora con lo stimolo della Banca Centrale europea. A gennaio 2019 sarà archiviato il Quantitative easing, con cui l’Eurotower ha acquistato titoli di Stato (anche) dell’Italia per evitare tensioni durante le programmate aste di rifinanziamento del Tesoro. La quota detenuta da investitori esteri è pari nel 2017 a circa 681 miliardi di euro su uno stock complessivo di 2.263 miliardi. Il 36%. Questa percentuale dovrà inevitabilmente salire «aumentando l’impegno da parte degli operatori esteri» per accaparrarsi una fetta importante di quel 15% di debito italiano ora in pancia alla Bce. «Sarà necessario renderlo sostenibile e accettabile, pur in una possibile direzione di crescita, continuando nello sforzo di riforme strutturali intrapreso dal precedente governo», spiega Guido Rosa, presidente dell’Aibe, l’associazione di rappresentanza delle banche estere in Italia.

Tre le priorità. Dovrebbero essere in testa all’agenda dell’esecutivo legastellato, ma finora sembrano confinate a qualche sporadica dichiarazione d’intenti. «Gli investitori esteri chiedono uno snellimento della burocrazia, senza perdersi nel dedalo di permessi chiesti a regioni, ministeri, authority per pianificare gli investimenti — aggiunge Rosa —. Chiedono una giustizia amministrativa più veloce, con una certezza del diritto che riduca i termini del contenzioso. Auspicano un ripensamento del fisco che ne riduca il peso sul costo del lavoro». Nonostante le storture, l’indice di attrattività dell’Italia nell’ultimo anno è cresciuta di oltre tre punti e pone il nostro Paese all’ottavo posto tra quelli più invitanti. C’è grande apprezzamento per la qualità del nostro capitale umano. Amplificato anche dal Jobs Act, che ha flessibilizzato ulteriormente il mercato del lavoro. L’attuale governo sembra di diverso avviso, tanto da voler «smantellare la riforma». Vedremo quali saranno gli effetti.

Ciò che ingolosisce fondi e investitori è la qualità delle nostre filiere, come il sistema-moda, l’agro-alimentare e il turistico-alberghiero. Lo testimonia la «significativa ripresa dei volumi dei prestiti sindacati e delle operazioni sul mercato domestico del venture capital e del private equity». I prestiti sindacati di emittenti italiani hanno sfiorato i 70 miliardi di euro (+30% rispetto al 2016). Gli intermediari esteri hanno partecipato al 79% dei collocamenti, in via esclusiva o in consorzio con istituti italiani. I dati del 2017 evidenziano un’ottima partecipazione dei bookrunner esteri alle emissioni di imprese sui mercati di capitale di debito e di rischio. Le emissioni obbligazionarie sono cresciute del 19% rispetto all’anno scorso (circa 117 miliardi di euro). Crescita analoga nell’equity, tanto che l’86% degli investitori istituzionali nel segmento Star di Borsa Italiana è straniero a testimonianza dei buoni rendimenti delle nostre medie imprese sul listino. L’accesso ai capitali resta il tema dirimente per far salire di taglia le nostre aziende.

Fabio Savelli

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