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Riforma popolari, sì al tetto del 5%

La «quadra», come direbbe Bossi, sembra essere stata trovata, per la riforma delle banche popolari. Se non altro, per quel che riguarda la discussione – conclusa ieri con il via libera per l’Aula oggi – nelle Commissioni parlamentari (Finanze e Attività produttiva) su come disciplinare la fine del principio «una testa un voto» nelle banche popolari di dimensioni medio-grandi.
Gli istituti di credito con attivi superiori a 8 miliardi di euro, in base a un emendamento dei due relatori del dl banche, Marco Causi e Luigi Taranto, entrambi del Pd, potranno adottare un tetto del 5 per cento al diritto di voto dopo la trasformazione in società per azioni. Il termine per la limitazione al diritto di voto nell’assemblea delle popolari trasformate in spa dovrà essere «in ogni caso non successivo a ventiquattro mesi» dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto. In base all’emendamento, sul quale il Governo ha espresso parere favorevole, «nessun avente diritto al voto può esercitarlo, ad alcun titolo, per un quantitativo di azioni superiore al 5% del capitale sociale avente diritto al voto, salva la facoltà di prevedere limiti più elevati». Le modifiche riformulate dai relatori(Pd) chiariscono, inoltre, che nella stessa assemblea con la quale si vota la trasformazione della popolare in spa si può procedere a una ulteriore votazione per modificare ulteriormente lo statuto procedendo all’introduzione del limite al diritto dell’esercizio di voto. In tal modo, si può velocizzare l’introduzione del tetto. Per entrambe le votazioni tenute nella stessa sede, poi, sarà sufficiente la maggioranza semplificata, quella definita come voto capitario.
Va detto, però, che le modifiche concordate tra governo e maggioranza hanno lasciato insoddisfatte le minoranze del Pd e le opposizioni. Questo dissenso potrebbe riproporsi, oltre che nel dibattito in aula che inizia oggi alla Camera, dove il dl è atteso quest’oggi e dove il governo conta su una maggioranza sicura, nella discussione sul provvedimento in Senato,dove i numeri sui quali il governo può fare affidamento sono meno rocciosi. «Le banche popolari italiane, almeno le grandi, hanno natura ibrida, ben conosciuta da decenni, perché hanno un rapporto controverso tra forma cooperativa, scopo di lucro e mutualità. Alle grandi resta solo un elemento del vecchio modello originario, il voto capitario». Così si è espresso il relatore del decreto, Causi, difendendo la ratio della trasformazione in Spa per gli istituti maggiori, dopo circa tre ore di dibattito sulla riforma delle popolari.
Nella discussione sono intervenuti tutti i gruppi di opposizione, ma anche esponenti della minoranza Pd come Francesco Boccia e Stefano Fassina, tanto da far dire a qualche deputato che è andato in scena «un congresso del Pd». Boccia, ad esempio, ha polemizzato con uno dei consiglieri del premier Matteo Renzi, Yoram Gutgeld. «Mi dovete convincere che questo decreto favorisce il credito alle imprese. A differenza di Gutgeld, mi pongo dei quesiti e ho il dovere di chiedere al mio governo se non si siano sovrapposti i ruoli di governo e Parlamento e regolatori. Se non mi si risponde, come temo, ho il dovere di chiedere un’indagine conoscitiva sul perché la riforma tocchi solo dieci banche e non quindici, o meno». Altrettanto duro il commento del presidente della Commissione Finanze,il deputato di Forza Italia Daniele Capezzone: «Da parte del Governo e dei relatori della maggioranza si è oggi purtroppo confermato un atteggiamento di chiusura pressoché totale. La stessa loro riformulazione degli emendamenti da me presentati ha il sapore della sterilizzazione e perfino per alcuni versi del peggioramento della situazione, non certo dell’accoglimento».

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