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Riforma popolari, la Ue dice sì

La Corte di giustizia europea promuove la riforma delle banche popolari varata dal governo di Matteo Renzi nel 2015 e dichiara legittimi il tetto degli 8 miliardi di euro di attivi, oltre il quale trasformarsi in spa, e il limite al rimborso dei soci. «Le limitazioni ai rimborsi delle quote ai soci recedenti (limitazioni che possono consistere nella riduzione degli importi rimborsati e/o nel rinvio a tempo indeterminato del pagamento) implicano un sacrificio della libertà d’impresa e del diritto di proprietà garantiti dalla Carta, tuttavia sono legittime purché adeguate e proporzionate all’obiettivo di interesse generale, perseguito dal diritto dell’Unione, di garantire la stabilità del sistema bancario e finanziario e quindi purché strettamente necessarie ad assicurare alla banca i fondi propri sufficienti a contrastare un suo eventuale default», sottolinea la Corte Ue pronunciandosi sul caso originato dall’impugnazione da parte di alcuni soci di banche popolari, Adusbef e Federconsumatori, dinanzi al Tar Lazio di alcuni atti della Banca d’Italia, ritenendo che danneggiassero soltanto i soci delle banche popolari. L’unica popolare che non si è ancora trasformata in spa è Bp Sondrio, guidata dall’a.d. Mario Pedramzini, mentre la Popolare di Bari ha approvato la modifica il 30 giugno per essere salvata dal Mediocredito centrale.

Il procedimento tornerà al Consiglio di stato che a quel punto, dopo un nuovo dibattimento con le parti, potrebbe sbloccare la riforma sull’obbligo di conversione in società per azioni il cui termine ultimo è stato nel frattempo posticipato al 31 dicembre. Anche l’Avvocato generale del tribunale europeo si era espresso in favore della «novità», ma il suo parere non è vincolante.

Quanto al tetto degli 8 miliardi di attivi, al di sopra del quale le banche popolari sono obbligate a diventare spa, la Corte osserva che il diritto dell’Unione non prevede direttamente obblighi o divieti. Tale soglia implica, «in principio, una restrizione alla libera circolazione dei capitali», che tuttavia può essere giustificata «dallo scopo di garantire una maggiore competitività delle banche, una loro sana governance e, in ultima analisi, la maggior stabilità complessiva del sistema bancario e finanziario europeo». In base alla nuova normativa l’attivo delle banche popolari, costituite in forma di società cooperativa, non può superare il tetto di 8 miliardi di euro: in caso di superamento l’istituto dovrà ridurre il proprio attivo, oppure procedere alla trasformazione in società per azioni o alla propria liquidazione. In questo modo il legislatore italiano, affermando l’obiettivo di miglioramento della governance delle banche, tende, da un lato, a eliminare il limite al possesso del capitale azionario (nelle popolari le quote investite da ogni socio non possono superare lo 0,5% del capitale sociale) e, dall’altro, a ricondurre il sistema bancario al principio per cui il voto di un azionista pesa in modo proporzionale al capitale posseduto (maggiore è il numero di azioni, più conta il voto di quell’azionista), mentre nelle banche popolari vale il principio «una testa, un voto».

Le norme italiane prevedono inoltre che, in caso di recesso di uno dei soci in occasione della trasformazione di una banca popolare in società per azioni, il suo diritto al rimborso delle quote può essere limitato, anche totalmente e a tempo indeterminato, se ciò è necessario ad assicurare che il capitale della banca sia sufficiente a evitare un default. I ricorrenti, spiega la Corte, temono che tale sistema danneggi, in definitiva, soltanto i piccoli investitori, quali i soci delle popolari, e che consentire a una banca popolare trasformata in società per azioni di rinviare il rimborso delle quote detenute da un socio per un periodo illimitato o di limitarne in tutto o in parte l’importo equivalga, di fatto, a un’espropriazione senza indennizzo.

Nel 2016 il Tar Lazio aveva rigettato il ricorso. Nel frattempo le popolari italiane si sono tutte adeguate alla riforma, tranne Sondrio e Bari. La sentenza del Tar è stata appellata davanti al Consiglio di stato, che ha sollevato questione di legittimità costituzionale, sotto diversi profili, relativamente al decreto di riforma. La Corte costituzionale, nel 2018, ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale. Il Consiglio di stato, quindi, ha promosso un procedimento pregiudiziale davanti alla Corte di giustizia affinché chiarisse se una normativa nazionale simile sia compatibile con il diritto dell’Unione.

Nella sentenza la Corte premette che i giudici nazionali possono proporre una questione pregiudiziale in qualsiasi momento, anche dopo che la Corte costituzionale dello Stato membro si è pronunciata sulla legittimità della legge nazionale. Se così non fosse, l’efficacia del diritto dell’Unione sarebbe compromessa. Nel merito indica che la grave difficoltà di una banca rischia di propagarsi rapidamente agli altri istituti in tutta l’Unione. Questo rischia, a sua volta, di produrre ricadute negative in altri settori dell’economia. Pertanto la salvaguardia prudenziale di una banca equivale a mettere in sicurezza l’intero sistema. Ne discende la legittimità dei limiti al rimborso se, appunto, proporzionati all’obiettivo di garantire la stabilità del sistema bancario e finanziario e strettamente necessarie ad assicurare alla banca i fondi propri sufficienti a contrastare un eventuale default.

A piazza Affari il titolo della Popolare di Sondrio ha reagito positivamente, chiudendo in rialzo del 3,24% a 1,977 euro.

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