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Riforma per l’arbitrato Ue

La Commissione europea vuole riformare l’Isds, il meccanismo di arbitrato che regola le controversie tra investitori e Stati negli accordi commerciali internazionali. Così Bruxelles vuole superare uno degli elementi più controversi emersi nel dibattito sul trattato di libero scambio tra Ue e Usa, noto come Ttip. Il commissario Ue al commercio Cecilia Malmstrom propone una «Corte per gli investimenti», con 15 «giudici qualificati» al posto degli arbitri, un organismo di appello simile a quello che già funziona per dirimere le controversie tra paesi nell’Omc (organizzazione mondiale del commercio), limiti precisi sui casi in cui gli investitori privati possono chiamare in causa i governi.

Gli atti saranno trasparenti, le udienze aperte e online, e le parti con un interesse nella controversia avranno diritto di intervento. La Commissione inizierà un dibattito sulla proposta con il Consiglio e il Parlamento europeo, quindi proporrà l’idea nei negoziati Ue-Usa e in altre trattative commerciali in corso e future. L’Esecutivo dell’Unione cerca di mediare tra chi minimizza i rischi dell’Isds ricordando che è prassi consolidata negli accordi commerciali dalla fine degli anni cinquanta, e chi invece lo considera il «cavallo di Troia» delle multinazionali per attaccare il modello sociale europeo. Il risultato di una consultazione pubblica monopolizzata dai questionari precompilati delle ong ha affossato l’Isds, ma il mandato negoziale che gli Stati Ue hanno consegnato alla Commissione prevede che il meccanismo sia presente nel Ttip.

A far discutere è l’evoluzione recente degli arbitrati internazionali, con storie che si sono guadagnate i titoli della stampa estera. Proprio attraverso l’arbitrato le multinazionali del tabacco hanno sfidato le legislazioni restrittive di diversi Stati. Il governo tedesco si è visto chiedere un risarcimento miliardario da un’utility svedese in seguito alla sua decisione di dismettere le centrali nucleari nel 2011. E anche l’Italia, dal 2014, ha i suoi contenziosi aperti in tema di energia. Sono legati all’Energy Charter Treaty, un trattato cui il nostro paese ha aderito nel 1994 per uscirne alla fine del 2014.

Alcune informazioni di base sono reperibili proprio sul sito web dell’Energy Charter Treaty. C’è la procedura avviata dalla società belga Blusun S.A. e da due investitori privati nel febbraio 2014; un caso aperto dalla Greentech Energy Systems (Danimarca) e del fondo Novenergia il 7 luglio 2015 e un terzo, della società Silver Ridge Power BV, con sede in Olanda, lo scorso agosto. Tutte per «Riforme della legislazione sulle rinnovabili», formula dietro la quale – probabilmente, perché i dettagli non sono pubblici – c’è il rivalersi per il taglio degli incentivi al fotovoltaico deciso dal governo italiano nel 2011. Nel rapporto annuale 2014 della Greentech Energy System, per esempio, si fa esplicito riferimento ai danni agli investimenti causati dall’eliminazione del prezzo minimo garantito per impianti di capacità inferiore a 1 MegaWatt e all’intenzione di avviare contro Roma le procedure di arbitrato prevista dall’Energy Charter Treaty. A volte, la nazionalità delle imprese ricorrenti potrebbe essere indicativa.

La Silver Ridge Power è infatti una grande azienda americana del settore energia, con sedi anche in diverse paesi europei.

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