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Riforma penale al via tra le liti Il M5S attacca, poi Draghi media

Ora il testo della riforma della giustizia del governo c’è. Ed è unanime. È stato varato ieri dal Consiglio dei ministri, al termine di una giornata convulsa, ricca di colpi di scena, con trattative, rilanci ed ennesimi tentativi di rinvio che hanno trovato il premier, Mario Draghi, irremovibile. E quando Forza Italia e Italia viva hanno paventato di sfilarsi dall’accordo, il presidente del Consiglio ha inasprito i toni e ricomposto ogni dissenso con un forte richiamo alla responsabilità.

Il testo finale del maxiemendamento che verrà presentato alla riforma Cartabia, già in discussione, prevede, come nella riforma Bonafede, lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Ma concede solo due anni per il processo di appello e uno per la Cassazione. Poi non si potrà più procedere.

L’ipotesi, circolata in bozza, aveva generato forti contestazioni all’interno del Movimento Cinque Stelle. E in due riunioni, ieri, — la prima, in mattinata, con i ministri e la seconda, nel primo pomeriggio, con i capigruppo pentastellati — si era optato per un’astensione tattica. Idea subito bocciata da Draghi, così come la richiesta del ministro capofila dei Cinque Stelle, Stefano Patuanelli, di un ulteriore slittamento.

Per superare lo stallo si è andati incontro alle richieste della sottosegretaria M5S Anna Macina aumentando il tempo a disposizione per processi di corruzione, concussione, e una serie di altri reati non solo contro la Pubblica amministrazione. In quel caso il processo di appello potrà durare tre anni e quello in Cassazione 18 mesi.

Il dissenso

Le riunioni dei ministri 5 Stelle che pensavano all’astensione. Idea bocciata dal premier

Una novità che non è piaciuta a Forza Italia che ha chiesto l’interruzione del Consiglio dei ministri. A sbloccare di nuovo la situazione un emendamento di Giancarlo Giorgetti che riduce la discrezione del giudice sul giorno dal quale far scattare il blocco della prescrizione.

Alle nove di sera, finalmente, l’accordo che lascia spazio a ciascuno per dichiararsi vincitore. Dal Pd, che lascia trapelare: «Una riforma che garantisca tempi certi e ragionevoli per la durata del processo a garanzia delle parti coinvolte». A Matteo Renzi (Italia viva) «Non è la riforma che sognavamo ma sbianchetta la riforma Bonafede». Dalla capo delegazione forzista al governo Mariastella Gelmini: «L’Italia fa un significativo passo avanti nella modernizzazione della giustizia e nella velocizzazione dei processi». A Giulia Bongiorno (Lega): «La ‘bomba atomica’ di Bonafede è stata finalmente superata». Mentre dall’opposizione Giorgia Meloni invoca «una riforma rivoluzionaria della giustizia».

Agli stessi Cinque Stelle che rivendicano a sé il merito di aver ri-allungato i tempi del processo breve a una lunga lista di reati. Oltre alla corruzione e concussione, dal peculato alla malversazione, all’induzione a promettere utilità, dall’abuso d’ufficio, alla rivelazione e utilizzo di segreti d’ufficio. Vantano di aver fatto togliere dal testo finale l’ipotesi contenuta nella bozza Lattanzi della inappellabilità delle sentenze di condanna e di proscioglimento da parte del pubblico ministero. E rimarcano che è stata modificata anche l’ipotesi iniziale di dare al Parlamento il potere di indicare le priorità per l’azione giudiziaria, nell’ultimo testo alle procure viene lasciata maggiore autonomia di decidere. Tra le novità previste nella riforma anche la messa alla prova dell’imputato. Se chi è indagato accetta percorsi «risocializzanti o riparatori», può evitare il processo per reati punibili fino a una pena non superiore ai sei anni.

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